Progetto INFORMAFRICA


Ridurre il "digital divide" portando la nostra CONOSCENZA
in modo ETICO e RESPONSABILE, ma non i nostri "modelli di vita"

mercoledì 28 dicembre 2016

2 - Natale a Gulu



Il primo Natale trascorso in Africa, nel 2010, ero a Mapuordit, in Sud Sudan, fu indimenticabile: la messa di mezzanotte in una chiesa ancora da costruire, con due torce a batteria per fare un po’ di luce alla gente e al vescovo Mazzola­ri che celebrava, e un piccolo presepe a fianco dell’altare. Poi la passeggiata verso il villaggio, con le piccole torce personali.
Altro che luminarie, come le luci esasperanti che mi accolsero a Fiumicino tre giorni dopo, all’alba del 29 dicembre...

Gulu è però una cittadina commerciale, ugandese e non sud-sudanese, attivissima, ma sempre senza luminarie, anche perché qui la corrente manca almeno tre o quattro ore al giorno nei giorni normali… e io vivo a circa cinque chilometri dalla città, nella realtà di una periferia vasta e scarsamente abitata, nella campagna (il “bush” della savana), e qui la corrente elettrica manca ancora più spesso. Le luci sono rare e le strade rosse non sono illuminate, mai.

La famiglia che mi accoglie è una “grande famiglia”: genitori poco più anziani di me, sette figli ed un numero imprecisato di nipoti e nipotini, sparsi in diverse case abbastanza vicine tra loro.
Il padre, nonostante l’età, insegna ancora maternità all’ospedale, dopo aver collaborato per molti anni con gli ospedali comboniani e quelli del CUAMM; una figlia continua lo stesso lavoro; gli altri hanno le loro attività. I figli più lontani sono rientrati per la festa. Quindi la festa si trascorre tutti insieme, volontari, ospiti e famiglie, anche se, almeno per i pasti, ci si divide in almeno tre case diverse!

Per problemi organizzativi si va alla messa delle 7 del giorno di Natale, tanto quella della vigilia sarebbe alle 18… Quindi ci si muove mentre “l’aurora di bianco vestita” introduce il sorgere del sole, ed il primo raggio ci raggiunge all’ingresso in chiesa, dopo una passegggiata di una mezzoretta…
Alla fine della messa, come si usa qui, soprattutto nelle piccole comunità, ma questa è una grande parrocchia, vengo chiamato a presentarmi… assolutamen­te impreparato e distratto io, il vicino mi dice che tocca a me… Così brevissima presentazione (nome, provenienza, motivo della visita) per lasciare il posto agli altri, che ora sono attentissimi! Quasi ovviamente, all’uscita di chiesa mi trovo a stringere circa duecento mani che mi vengono a salutare ed augurare un buon Natale… Il prezzo della “fama”… (?!?)…

A pranzo siamo poco meno di una decina, il padre mangia con noi, credo per farmi compagnia, data l’età, e poi qualche mamma con piccolini al seguito.
Il pranzo di Natale è “quasi speciale”, ma non capisco bene la differenza, forse proprio nella compagnia… Mi sono fatto notare già qualche giorno fa preparan­do una semplicissima insalata mista di ortaggi, così mi chiedono di replicare: ho comprato in settimana un litro di “olio extravergine italiano di olive CEE” (una cosa che in Italia mi sarei vergognato come una scimmia), ma qui non piace a nessuno, per cui la condiscono con la maionnese industriale…
Poi pollo lesso con un sugo saporito, patate lesse, fagioli, papaya, cocomero lo­cale e omelette alla marmellata! Nescafè. Ecco un altro motivo per vergognar­mi… sarebbe meglio rinunciare!

A cena viene a farmi compagnia uno dei figli, che abita nella casa a fianco, e sempre un paio di sorelle con figli: si mangia ciò che arriva da una delle altre case: pollo arrosto e patatine fritte, per la gioia di tutti, ma soprattutto dei bimbi, ma con il “ketchup”… mi offrono anche una “Guinness” scura, esporta­zione: ne bevo solo metà, il resto lo tengo per domani; forte e ottima, ma per me è alcool, dopo tre settimane di astinenza da alcoolici!
Con la birra il discorso diventa molto interessante, almeno per me: si comincia a parlare di politica, in Italia e Uganda, e si finisce dopo un paio di ore… Mi­chael è un “fan” del partito di opposizione: sembra che ci siano molte attinenze tra i nostri paesi, i nostri politici e la corruzione generalizzata…

Per santo Stefano si replica, più o meno: a pranzo si mangia leggero e si fini­sce il pranzo di ieri… ma a cena una nuova bella sorpresa: “matoke” e “grouna­des”… per capirci: polenta di banane “planten”, ma senza le foglie di banano, e crema di noccioline con qualche piccolo ortaggio: ottimissimo!! Si potesse re­plicare in Italia…

Da domani si riprende il lavoro, i contatti con i comboniani di Layibi, che hanno una delle migliori scuole professionali dell’Uganda, e i Comboni Samaritans of Gulu”, presso cui avevo fatto un’aula di informatica nel 2012…




giovedì 22 dicembre 2016

1 - Ancora in Uganda…

 

Arrivare ad Entebbe è ormai quasi come arrivare a Fiumicino… mi sembra di ri­conoscere anche le persone… ma riesco anche a valutare i vari cambiamenti, le migliorie che stanno apportando all’aeroporto, ormai tra quelli “buoni” per arri­vi e partenze intercontinentali… Ottimo… quindi… “Pronti?… Via!”…

Questo è il quarto viaggio a permanenza lunga, oltre qualche “scorribanda” dal vicino Sud Sudan, in questo splendido Paese, verde e ricco di acqua, colori, specie vegetali ed animali, ma anche ricco di persone rappresentanti etnie, co­lori, caratteristiche somatiche e lingue diverse.

I primi giorni li trascorro a Kampala, nella casa dei Padri Comboniani, sempre accoglienti e pronti a risolvere qualsiasi anche piccolo problema. Ritrovo gli amici, il padre Provinciale che sta per terminare il suo mandato, l’amministra­tore, piccolo come me, ma tutto pepe, e poi il vescovo di Moroto, padre Damia­no, italiano, comasco, e tanti altri.
Ma questi giorni sono da sfruttare per la programmazione di tutto il periodo di permanenza e lavoro, quindi alcuni incontri, tra sabato, domenica e lunedì me li metto subito in cantiere…
Sabato alle 12 appuntamento con i giovani francescani, che mi dovrebbero ve­nire a prendere per portarmi ad un loro incontro nazionale… Alle 15.30, dopo qualche rinvio di orario, rinunciamo e rinviamo…
Domenica mattina viene a prendermi padre Edwards, direttore dell’”Università dei Martiri Ugandesi”, scuola di formazione pre- e post-laurea in management, commercio e amministrazione. Un’oretta di ritardo tanto per non disabituarsi ed un incontro assai interessante: verrò a trascorrere qui i due ultimi giorni di permanenza per fare un breve “stage” sul foglio elettronico agli studenti del corso attuale, tanto per insegnare qualche piccolo trucco, qualche malizia da “vecchio utilizzatore”, per dar loro la possibilità di migliorare l’utilizzo dello strumento.
Alle 14 avrei un altro impegno, in centro, per consegnare una busta ad una persona… alle 16, dopo tre telefonate, avviso che non aspetterò oltre i quindici minuti… Dopo sette minuti arriva e si scusa… ma di che? Se era tanto vicino non poteva venire prima? “African time”…
Nel frattempo sono tornato a “pranzare” in una specie di self-service popolare che conosco: un bel piatto di riso lesso, fagioli e crema di noccioline, il tutto “innaffiato” (i benmangianti dicono così… o no?) da mezzo litro di succo di frut­ta mista, chiamato con sussiego “cocktail” nel listino… veramente ottimo!
Conclusione… in tre giorni ho accumulato pazienza per sei ore di ritardo com­plessive… non credo sia un record, ma va già bene…

Sfrutto l’arrivo di padre Giorgio, che mi ospiterà a Kasaala per il mese di gen­naio, per andare a fare qualche acquisto per il centro di Kampala e per portar­mi avanti con la marcia di avvicinamento a Gulu, prima tappa effettiva.
Così dormo due notti a Kasaala, prendendo posto della mia “nuova camera”, la­sciando tutti i bagagli più importanti, salutando coloro che già conosco, visitan­do la scuola dove lavorerò il prossimo mese, anche per accertarmi che vada tutto bene… Sembra tutto a posto. Speriamo che continui così.

Il viaggio per Gulu dura oltre cinque ore: sono circa 280 chilometri di strada ormai finita e molto buona, anche se “affollata” di biciclette, pedoni, motoci­clette e furgoncini per il trasporto locale di ogni genere: i famosi “matato”…

Arrivare a Gulu dopo due anni e mezzo fa quasi impressione: oltre alla strada ormai rifatta completamente, anche in città sono migliorate molte cose, altre sono semplicemente cambiate, altre si sono “perse”…
Il mercato, che era estesissimo e fuori città, ora è stato edificato ed ospitato in una struttura multipiano piuttosto moderna, anche se “cinesemente semplice”, in cui ogni banco ha circa 3 metri a disposizione e i cartelli che dovrebbero in­dicare i vari reparti sono stati messi in anticipo e poi tutto è stato organizzato diversamente… ma dove non succede?
Vado subito a comprarmi un nuovo paio di ciabatte fatte con i copertoni delle auto riciclati…

Per il “meteo”, tanto importante per gli occidentali, mi avevano detto che pio­veva ancora e che la stagione secca tardava… temo di aver portato il sole… ho visto per ora solo due temporali da lontano, nemmeno una goccia di pioggia e tanta polvere, proprio come nella stagione secca che ormai è arrivata…

Quindi caldo asciutto, qualche zanzara, qualche altro insetto, ma c’è frutta di ogni tipo, nonostante la stagione non sia andata molto bene… e ancora piutto­sto freschino la sera e di prima mattina…  Ottimo!



mercoledì 1 giugno 2016

4 – … e anche questa “missione” è finita


Ebbene sì… è già passato un mese dall'arrivo a Kimbondo, il 23 aprile… siamo al 21 aprile (il natale di Roma)… domani si riparte…

Ieri abbiamo consegnato gli agognati “Certificati”: un'attestazione di frequenza per il “primo corso di alfabetizzazione informatica”, ed un “Certificato” con va­lutazione per una parte dei partecipanti al corso sul “foglio elettronico”; gli altri hanno avuto anche loro solo un attestato di frequenza, visto che non hanno potuto partecipare nemmeno a metà delle lezioni.
Purtroppo qui devo lamentare una lacuna nella “direzione” nell'affrontare la formazione del personale: se si fa un corso di specializzazione per un piccolo numero di persone qualificate e da qualificare la direzione deve sapere che quelle persone non sono disponibili in quegli orari dedicati alla formazione stes­sa… invece troppe volte qualcuno è stato chiamato durante o prima delle lezio­ni a fare altre cose… d'accordo con le “urgenze”, ma purtroppo queste fanno ri­manere il personale al suo “livello di incompetenza” (come si leggeva all'inizio degli anni '70 su un famoso libro di Laurence J. Peter e Raymond Hull).
Questo era un primo passo, altri se ne faranno e sicuramente le cose migliore­ranno anche su questi piani di formazione del personale e sulla sua rivalutazio­ne.

L'ultima giornata congolese è stata dedicata ai “Padri Comboniani”, come d'uopo per chi come me collabora ormai da anni con loro…
Un autista viene a prendermi al mattino verso le 9.30 e, attraversando la città di Kinshasa, mi porta in un paio d'ore alla prima missione di Bibwa, fondata da padre Fernando Zolli, allora Provinciale del Congo, ora al centro comboniano di Firenze. Qui padre Elio, mi parla della situazio­ne congolese sotto i vari aspetti, politico, economico, religioso e dell'istruzione del Paese. Poi si pranza ottima­mente, anche se i padri continuano a scusarsi per la presunta scarsità di cibo: si mangia in realtà benissimo, all'africana, sen­za nessun problema…
La traversata da Kimbondo a qui ha mostrato diversi lati che mi erano anco­ra oscuri della città e della povertà economica di Kinshasa! Si passa da mercati periferici piuttosto ricchi di prodotti freschi a mercati sporchi, cresciuti e so­pravviventi nel degrado totale, capaci di farmi ricordare gli “slum” di Nairobi, ad altri mercati pieni di prodotti di tutti i generi ad altri ancora che forniscono solo qualche tipo di verdure o di alimenti… per poi arrivare alla traversata dei vialoni semicittadini, con i negozi, i “supermer­cati per bianchi” e così via.
Nel pomeriggio visita ad un'altra parrocchia, ex-missione comboniana e poi qualche ora di riposo alla sede del Padre Provinciale, quel padre Joseph, tanto gentile, che avevo intervistato per la “Radio Incontri” qualche giorno dopo il mio arrivo a Kimbondo.
In serata, la cena e la partenza alla volta di Casablanca, tappa di riposo e relax prima del rientro nel “mondo occidentale”.

Casablanca…

Humphrey Bogart con il suo “Borsalino” ed il fumo del “Rick's Bar”… le “opera­zioni” chirurgiche particolari… e tante altre suggestioni...
In realtà oggi Casablanca è una bella città moderna, piuttosto pulita e tranquil­la, soprattutto se paragonata ad altre città e capitali arabe, organizzata per i trasporti con un sistema misto efficiente: un metro-leggero per andare dal cen­tro storico al mare, i mini-taxi rossi a basso costo, i taxi bianchi che portano anche all'aeroporto e i bus di linea che traversano la città in lungo e in largo… Le auto sono moltissime, ma non ci sono motociclette e motorini ad in­quinare acusticamente e con le loro miscele la città, che, anche con l'aiuto del vento dell'Oceano, gode di un'aria quasi sempre ben respirabile…

Due giornate e due lunghe camminate…
La prima lungo la spiaggia popolare, lunghissima, dagli stabilimenti dai nomi americani e dal McDonald's, fino alla stazione di arrivo della metro-leggera, de­stinata evidentemente al popolo.
Pranzo in veranda in riva al mare… spiedini e un'insalata enorme… 5 euro…

Per chiudere in bellezza, la camminata nel cuore della città, partendo dalla ex Cattedrale del Sacro Cuore, ora sconsacrata; la visita alla grande moschea di Hassan II, terza per grandezza al mondo con il minareto più alto; il grande “suq” nelle stradine della vecchia Medina, che mi ha fatto rinascere, ricordan­domi molti posti che avevo già visto altrove…
Il “suq” di Istanbul, quello di Gerusalemme, quello di Sana'a, sono tutti simili… la gente vive per lavorare e lavora per vivere… Il passaggio dai mercati africani a questi arabi è veramente forte… qui si vede una civiltà, per quanto arretrata in confronto ai nostri centri commerciali, molto più umana ed anche affarista… qui la gente deve guadagnare e deve vincere una trattativa: qui non si compra se non si contratta… nessun arabo vende volentieri se non ha “spuntato il prez­zo che vuole” dopo una lunga trattativa…
Nel mercato africano la trattativa tra un bianco ed un nero è una bomba su un ospedale lanciata da un drone in cui perde la vita solo chi sta sotto… non si può trattare, anche se si dovrebbe… io non ci riesco… vorrei magari aggiungere qualcosa… ma anche questo sarebbe scorretto, perché figurerebbe offensivo della dignità del lavoratore…

Lezioni di vita del mondo vario, uguale e diseguale, in cui viviamo… nel mio piccolo con il dispiacere di essere bianco e quindi vincente… ma con la grande gioia nel cuore di poter sempre avere un margine per fare qualcosa di più per chi sta peggio di me, cioè quasi tutti…




venerdì 13 maggio 2016

3 – L'ospedale pediatrico, i volontari e le frane



Dopo due settimane e più di presenza continua, senza uscire oltre mezzo chilometro dalla struttura, possiamo fare un primo bilancio di quanto visto e di quanto si fa.


La struttura della “Pediatria di Kimbondo” non è un semplice reparto di Pediatria, ma un centro di accoglienza per tutti i bimbi, abbandonati, malati e bisognosi di assistenza di qualsiasi genere. Qualunque povero può lasciare qui un bimbo ed essere sicuro di ritrovarlo, magari dopo qualche anno, cresciuto, vestito e forse anche istruito… Padre Hugo, il pediatra “claretiano” che ha fondato il primo “dispensario”, ed ha poi dato vita, insieme a Laura Perna, pneumologa senese, all'ospedale vero e proprio, mi ha raccontato, anche per una intervista per Radio Incontri Cortona (www.radioincontri.org), che ci sono, fra le varie “case” (o “foyer”) e reparti ospedalieri, oltre seicento bambini e ragazzi, maschi e femmine, assistiti da circa duecento dipendenti.

I reparti principali sono pediatria e neonatologia. Ci sono poi le case che accolgono i ragazzi e le ragazze orfani o abbandonati e li seguono verso gli studi o il lavoro, a seconda delle età. I volontari, gratuiti o cooperanti o inviati di Onlus principalmente italiane, come me, sono una decina, ma già fra una settimana, in corrispondenza, si spera, della fine della stagione delle piogge, ne arriveranno altri: per esempio una equipe di dentisti e altri per l'assistenza ai bimbi, o per l'organizzazione, o semplicemente a condividere la vita di tutti i giorni giocando con i bambini o dando da mangiare a quelli che non possono fare da soli per le menomazioni che hanno.


La camera mortuaria, a sinistra, con a destra la toilette già franata

Alla fine della scorsa settimana, in tre notti, le piogge violentissime, le cosiddette “tempeste equatoriali” (che noi chiamiamo ingiustamente ed esagerando molto, “bombe d'acqua”) hanno procurato ingenti danni al tutto… La struttura si sviluppa in molti padiglioni sulla collina: una parte di questa, costituita quasi esclusivamente di sabbia, è franata portandosi via una serie di servizi igienici, la camera mortuaria, e mettendo in grave rischio i laboratori che sono stati evacuati e spostati in altro settore. Da ieri sembra che la pioggia si sia quietata (stamattina ha piovuto solo per dieci minuti e non forte) e i lavori di rinforzo delle canalizzazioni dell'acqua e sostegno ad altre piccole strutture ai limiti della frana sono potuti andare avanti a pieno ritmo: una dozzina di ragazzi locali hanno fatto di tutto, anche in condizioni di sicurezza assai precarie, che in Italia non sarebbero pensabili.
I ritmi della struttura si sono leggermente rallentati, ma non più di tanto: solo la corrente elettrica ha subito lunghe interruzioni e, anche ma non solo per questo, le connessioni internet sono diventate poco più di un sogno: siamo in 
mano a quei pochi volontari che hanno lo smartphone e pagano il canone mensile e ci concedono qualche momento da “router” per lo scarico della posta…
Il numero dei volontari sta aumentando, anche se qualcuno ha finito il “Mandato” e sta ripartendo dopo il suo periodo di lavoro “extrasuperutilissimo”… Sta partendo, dopo tre settimane, Maurizio, simpaticissimo chirurgo romano in pensione, ma un altro Maurizio, cesenate, altrettanto simpatico, è appena arrivato… Al momento ci sono otto italiani, di cui tre friulani, un lombardo, due toscani (compreso il sottoscritto) e due romagnoli; da altri Paesi arrivano: uno spagnolo, una ragazza cilena, una belga, una francese, un tedesco e una americana… ma altri volontari, come detto, stanno arrivando ed altri vengono saltuariamente, magari perché stanno lavorando con altre associazioni a Kinshasa… Manca un po' il coordinamento degli stessi e soprattutto una persona a definire le quotidianità di tutti… dal mangiare all'uso della lavatrice… o magari anche per verificare i servizi per i volontari stessi, da Internet, alle schede telefoniche… 


Il vuoto lasciato la notte seguente dalla camera mortuaria...
Per finire, la cena “da Chico” per salutare Maurizio chirurgo… “Chico” è un giardino con una casa ed una cucina, qualche sedia e qualche tavolo: ci sono una mamma, che cucina, una figlia, giovane, con due figli, che gira fra i tavoli sorridendo ai clienti e chiacchierando con loro ed ragazzo che, camminando lentamente, serve ai tavoli le bevande e incassa. Abbiamo prenotato per le 17 per una cena per una quindicina di persone… Alle 18 chiediamo se si ricordano della prenotazione… allora portano i tavoli e le sedie e fanno il conto finale per una decina di persone. Verso le 19 si mangia, non solo la capra, cotta alla brace e servita con le cipolle (molto buona), ma anche la manioca lessa, un'insalata di verdure varie preparata da Jost perché
lui e Andrea sono vegetariani o vegani, e una “tortilla” spagnola preparata da Ismael, galiziano, simpaticissimo ed attore nato… Se Jost non avesse portato qualche piatto di carta e qualche forchetta… si mangerebbe tutto con le mani… ma c'è un catino d'acqua per lavarsele! Una serata diversa, per salutare un amico che se ne va ma anche le nuove arrivate: Maria Teresa, fiorentina, Celin, belga fiamminga e Evelyn, cilena…

venerdì 6 maggio 2016

2 – Ancora sul Congo



Dopo circa due settimane di permanenza a Kimbondo, gli eventi si succedono come ovunque, anche se qui hanno altro quasi sempre un sapore diverso…

La scorsa settimana è morto, in Costa d'Avorio, Papa Wemba, un cantante con­golese che, a giudicare dai servizi giornalistici, doveva essere veramente im­portante… Tra lunedì e mercoledì si sono svolti i suoi funerali: Kinshasa è rima­sta paralizzata per tre giorni e i funerali si sono svolti con il cerimoniale di Sta­to… Non mi stupisco più di tanto: un paese alla vigilia delle elezioni, con il pre­sidente, figlio del presidente precedente, che riforma la Costituzione per poter essere rieletto ancora una volta, o forse più; un paese in cui si stanno riaccen­dendo focolai di guerra sopiti; un paese in mano ai capitali occidentali e cinesi e alle loro armi (quelle fornite dagli ex-colonizzatori, che hanno portato via i soldati e lasciato ed aumentato le armi e i finanziamenti ai governanti)…
Un paese in queste condizioni, con un'economia a rischio quotidiano di collas­so, non può permettersi governi ed elezioni democratiche. Pensiamoci bene.

La vita nell'ospedale pediatrico va avanti, quasi sempre, tra mille difficoltà e problemi, oppure si ferma: domenica pomeriggio è morta una bimba di undici anni, ammalata dalla nascita, con disturbi psichici e fisici… ma era una bambi­na, aveva undici anni… Lunedì mattina, alla messa delle 7, si è celebrata la ce­rimonia funebre… I bambini del suo reparto sono venuti ed hanno benedetto, come si usa qui, la piccola bara bianca: solo un saluto semplice, senza sceno­grafie, senza canti e danze come succede fuori di qui… quattro ragazzi hanno portato poi la piccola bara bianca al cimitero dell'ospedale. Una serietà, una se­renità ed una compostezza veramente esemplari da parte di tutti… si sa, forse sarà l'abitudine…

No, qui si lavora giorno e notte per salvare i bambini da ogni malattia o sopru­so o situazione negativa che, nella maggior parte dei casi, se non è provocata dalle armi, è frutto di altri tipi di vessazioni: la mancata fornitura di medicinali utili alle varie patologie, magari solo perché troppo cari, tanto cari che servono a guarire solo i ricchi occidentali… le industrie chimico-farmaceutiche non han­no a che fare con persone o con cuori… solo con banche, banchieri e capitali e capitalisti… No, queste aziende non possono spendere i soldi per la ricerca e poi anche mandare i medicinali gratis ai poveri… No, le fabbriche di armi non possono essere convertite in altro genere di industrie… dobbiamo sempre gua­dagnare, sempre di più… Quando non uccidiamo, lasciamo morire…

Gli amici che leggeranno queste note mi capiscono, sanno come la penso, an­che se non condividono le stesse idee… speriamo che non si stanchino di me e dei miei sfoghi! Mi mancherebbero...

I corsi di informatica vanno bene: il personale che è stato mandato a parteci­pare al corso di base è veramente interessatissimo… peccato che a fine corso ci saranno otto persone che sapranno usare il pc che in ufficio non hanno e che, se non si provvede, arriverà anche fra un anno…
I partecipanti al corso sull'uso del foglio elettronico il pc lo hanno: sei pc per sei partecipanti, sei tastiere diverse (italiane. francesi, americane), quattro si­stemi operativi e due pacchetti di “office”: abbiamo montato a tutti LibreOffice, pacchetto “open”, in francese, ma con qualche comando in italiano o inglese, a seconda dell'installazione del sistema operativo…
Questo corso sembra particolarmente positivo: le persone conoscono già bene il foglio di calcolo, anche se “repetita iuvant” e molte cose le facevano senza saperlo… Una riscoperta di capacità note, ma sopite…

Domenica ho fatto visita alle “case” in cui vivono gli orfani e i “recuperati”: una per i piccoli fino a 14 anni, una per le ragazze e una per i maschi di età supe­riore, che studiano o sono in attesa di lavoro. Spazi enormi, case belle, came­rate un po' piccole per il numero di presenti… e l'assistenza delle suore che è sempre fondamentale.

Lunedì è venuto a trovarci il Provinciale dei Comboniani del Congo, p. Joseph Mumbere e ci ha portati a vedere la casa delle suore comboniane qui vicino. Il giorno dopo è tornato per concedermi una intervista per Radio Incontri, quella con cui collaboro da qualche anno (www.radioincontri.org), sulla situazione del Congo: quanto ho scritto all'inizio del capitolo ne è una sintesi efficace.


Domenica alla Messa


sabato 30 aprile 2016

1 - In Congo




Quest'anno 2016 si preannuncia denso di viaggi e missioni : dopo i primi due mesi trascorsi in Sud Sudan e un mese e mezzo in Italia, eccomi di nuovo in volo verso l'Africa, per la prima volta verso il Congo, nono paese in cui mi reco in questo continente grande come l'America del nord, più l'Europa Occidentale più un'abbondante parte di Asia… Mi fermerò qui fin verso la fine di maggio : un mese completo per fare un corso sul foglio elettronico a medici ed ammini­strativi di un ospedale pediatrico a circa quaranta chilometri dalla capitale Kin­shasa.
Il progetto, delle associazioni Agape e “Hub for Kimbondo” di Roma, e appog­giato da Informatici Sen­za Frontiere, di cui faccio parte, rientra nello sviluppo tecnologico di questo ospedale.

L'Ospedale Pediatrico di Kimbondo è nato negli anni '80 come piccolo dispensa­rio ad opera della dr.ssa Laura Perna, mancata di recente, senese di adozione, e si è poi sviluppato come accoglienza ai bambini abbandonati ed ammalati, poi ai giovani portatori di handicap di ogni tipo, ed ora, con l'opera che conti­nua sotto la direzione di due missionari « claretiani », padre Hugo, cileno, e padre Victor, congolese, si sta ulteriormente sviluppando con reparti di chirur­gia, odontoiatria, neonatolo­gia, psicopedagogia, telemedicina, sempre rivolti ai bimbi ed alle loro proble­matiche. Lavorano qui come dipendenti, oltre duecento persone, quasi tutte lo­cali, e una quindicina di volontari di svariate nazionalità, in nome di diverse as­sociazioni che aiutano questa opera.

Prima di partire avevo quasi paura di dover vivere nella capitale, che conta ol­tre dieci milioni di abitanti, contrariamente alla mia “abitudine” alla vita tran­quilla nei villaggi. Quando, alle 4 del mattino di sabato sono arrivato all'aero­porto, ho trovato una valigia un meno, ovviamente quella dei computer, ma un padre Hugo in più… il “volo risparmioso” lo ha costretto a venire in piena not­te…
La valigia, per la cronaca, ci è stata riconsegnata il lunedì, quasi integra e bella impacchettata. Manca una ruota: ho trovato le viti dentro la valigia… l'hanno smontata e mi hanno rimesso dentro le viti, attraverso il buco che si è creato… Deve essere stato come un “pit stop” della Formula 1… Fantastico!
La prima sorpresa, dopo la valigia, è stata che Kimbondo non è un quartiere di Kinshasa, ma è una cittadina a se stante, addirittura in un'altra diocesi.
L'ospedale, con tutto il suo grande comprensorio, è su una bella collina affac­ciata ad una verde valle volta ad ovest, con il sole che nasce alle spalle della struttura e tramonta in faccia, con i “solitamente splendidi” tramonti africani.
Vivo quindi come in un villaggio inerpicato su diversi livelli: in cima i reparti e gli uffici; al centro del pendio la chiesa aperta, altri reparti, le sale di riunioni e la sala in cui si svolgeranno i corsi; in basso le camere per gli ospiti e alcuni volontari, e il refettorio.
I primi giorni era caldissimo e, perdurando la stagione “umida” o “delle piog­ge”, l'umidità è perennemente sopra il 90%. Durante la settimana il caldo è ca­lato e ora si sta bene di giorno e freschini di notte. Ottimo. Niente di che: il tempo fa sempre come vuole, e noi ci adattiamo, anche se, per scaramanzia, troppo spesso ci affidiamo ai maghi del meteo.
La prima settimana è trascorsa tra l'organizzazione, l'ambientamento, la ricer­ca delle connessioni con il resto del mondo e l'inizio del corso.

La domenica l'abbiamo spesa per conoscere il posto, vedere i reparti, andare alla messa: due ore di danze e canti con medici, infermieri, educatori, volontari e moltissimi dei bimbi ospiti, con tutte le loro infermità, le loro ferite fisiche e la loro gioia di essere insieme a tutti gli altri, anche alla ricerca di una stretta di mano, di un sorriso, di un “bonjour”…
Durante la messa di venerdì, mentre una suora assistente leggeva le letture, un ragazzo ha avuto un attacco di epilessia ed è caduto per terra. La suora ha smesso di leggere, lo ha calmato e lo ha lasciato steso, mentre la messa è con­tinuata senza interruzione. Dopo pochi minuti è arrivato un infermiere che ha “risvegliato” il ragazzo, lo ha fatto mettere in piedi e se lo è riportato al repar­to. Nessuna sceneggiata, nemmeno una parola… solo i gesti necessari e tanta dolcezza nel soccorso.

L'aula è stata preparata non senza travaglio (qui si direbbe subito “da sala par­to”), ma tutto è bene quel che finisce bene: i pc sono stati installati, il software pure, le “ciabatte” che accolgono diversi tipi di attacchi si sono trovate… e la corrente elettrica, almeno quella, c'è quasi sempre!
Il corso è iniziato: primi tre giorni di rodaggio e da lunedì si farà sul serio…

Essendoci una buona presenza di volontari italiani, oltre ad uno spagnolo ed al padre Hugo, che mangiano con noi, la cucina è buona e ogni tanto si varia an­che, almeno alla sera. Manca la frutta, ma pare che sia molto cara e scarsa, probabilmente anche per la stagione. La fame non si soffre assolutamente e va bene così. C'è anche una “moka gigante” per i “malati” del caffè italiano...



sabato 20 febbraio 2016

8 – La partenza, le promesse, i sogni…



Dopo un week end in totale relax ed avendo anche ripreso appetito e voglia di muovermi, lunedì e martedì li dedico a qualche passeggiata nell’inferno della capitale: traffico convulso e totalmente disordinato che mi ricorda gli anni ’60 e ’70 nelle nostre città… gas di scarico, sirene di auto “ufficiali” seguite da quelli più furbi che si accodano, motorini (i famosissimi “boda-boda”) che guizzano tra le auto, come a Roma gli scooter, pedoni che rischiano la vita ad ogni attraversamento, marciapiedi assenti e polizia che, quando c’è, blocca automaticamente il traffico: ho visto tre poliziotti su un incrocio fischiare contemporaneamente per dare direttive diverse… Il passaggio dei “cortei ufficiali” con polizia ed esercito davanti, dietro e di fianco, contribuiscono al caos totale…

Passando nella zona del mercato di vedono molti giovani con in mano pacchi di sterline sud-sudanesi pronti a cambiarle a qualsiasi cifra… Stamattina il cambio è oltre 32 sterline per un dollaro… come avevo scritto in un’altra “nota”, all’arrivo a gennaio il cambio era a 22: una svalutazione del 30% in un mese e mezzo… ovviamente o si hanno i soldi o non si compra nulla, men che meno da mangiare!

Per quanto concerne la situazione politica, è in movimento, ma non si sa bene per dove… Giovedì scorso il presidente Salva Kiir ha firmato il “decreto” che rinomina il vice-presidente nella persona di Riak Machar e, come secondo vice-presidente, un altro elemento dell’opposizione, James Igga.
Tra sabato e domenica è arrivata la risposta, positiva, di Riak Machar, che, al momento, si trova in Sudan, ma insieme alla nota positiva ce n’è subito una negativa: Machar non rientrerà a Juba finché il presidente non farà sgombrare Juba da buona parte dell’esercito (quella, beninteso, fedele al presidente Salva Kiir). In effetti una parte dell’esercito si è ritirata fuori Juba di circa 20/25 chilometri… ossia, come prendersi per i fondelli reciprocamente… D’altra parte Machar non vuole essere assassinato e si porta i suoi soldati, che lo difenderanno dagli avversari politici… Intanto Machar va in visita a Pretoria, aspettando gli eventi…
Martedì un altro colpo di scena. Salva Kiir, come un buontempone qualsiasi, minaccia Riak Machar di ritirare il decreto della nomina, se non si presenterà entro giovedì a Juba per la formazione del nuovo governo…
Direi che così non va proprio bene. Gli alti e bassi della tensione sono molto forti e sembrano destinati a non finire, ma anzi, a sostenere l’ipotesi di una resa dei conti “finale” entro pochi giorni…

Juba è veramente un mezzo inferno… Non c’è una centrale elettrica realmente funzionante ed ogni struttura, azienda, albergo, edificio commerciale, hanno i loro generatori, che vengono messi in funzione alla sera, quando i pochi pannelli solari esistenti non caricano più, ma i frigoriferi e i condizionatori vanno a pieno regime: i generatori vanno a gasolio: si può immaginare facilmente il livello di inquinamento che si raggiunge! In più, per ottenere record ancora migliori, in molte strade, di notte si bruciano i rifiuti urbani… dalla plastica, alle gomme ai rifiuti organici, e così via…
Sulla salute dei cittadini piovono fumo, ceneri, residui bruciati, e così via… Di notte bisogna alzarsi due o tre volti per bere e bagnarsi il naso riarso dai fumi tossici e non…
Il cielo di notte non fa vedere molte stelle… la mattina, fino alle 19 il sole fa fatica a far capolino tra le nuvole di fumo che coprono ancora la città…
Yirol era un paradiso, solo i camion vuoti verso Juba e pieni verso Rumbek… ma l’Africa è e rimane Africa… e non si può stare più di qualche mese senza tornare!



Intanto è stato approvato da Economia Alternativa il progetto per il “St. Daniele Comboni College” di Kasaala-Luweero; progetto per cui Informatici Senza Frontiere aveva procurato i pc. Se gli amici che mi leggono aiuteranno questo progetto (di cui avevo già parlato nella prima “nota di viaggio” di quest’anno), alla fine ci saranno anche i fondi per il viaggio, i visti e le varie piccole spese di permanenza! Così il prossimo anno avrò già un posto in cui andare…

Ultima “notizia”… Riprenderò queste “note di viaggio” a fine aprile dall’ospedale pediatrico di Kimbondo (Kinshasa, Repubblica Democratica del Congo), dove andrò a fare un corso sul foglio elettronico ai medici ed uno di prima alfabetizzazione informatica agli infermieri.

Grazie per l’attenzione che mi avete concesso finora e che vorrete concedermi in futuro, ed anche e soprattutto, per gli aiuti che vorrete far avere a me o alle associazioni che mi sostengono.

Buona Pasqua a tutti!



martedì 16 febbraio 2016

7 – Sì… ma l’Africa non usa l’orologio…




Gli esami sono finiti, i promossi sono contenti, gli altri un po’ meno… ma si sa che gli esami non finiscono mai… Mi stupisco ripensando agli insegnanti delle primarie, che non riescono ad aprire la loro mente a nuove conoscenze…

In realtà dovrei stupirmi del mio stupore… Come si può pensare che una persona che finisce un corso di studi, dal giorno dopo possa insegnare quelle materie che ha appena finito di “conoscere”, senza il benché minimo approfondimento? Ecco. L’informatica interessa a tutti perché ci si rende conto della velocità del suo sviluppo e della possibilità di aprirsi al mondo, ma nello stesso tempo si ha forse paura del mondo che ci può venire incontro e magari anche travolgerci… Fanno così anche gli struzzi…

Ripasso ancora per il centro di Yirol e, vedendo i pastori nella caratteristica casacca blu e le loro bellissime ragazze, ripenso al “cattle camp” e a Rebecca, una ragazza di 16 anni del campo che studia ed è già alla seconda superiore, e mi ha fatto un po’ da interprete mentre facevo le fotografie… Ma quanti giovani ci sono in questa zona! Vero che è difficile invecchiare, yista la malnutrizione e le malattie, ma se di bambini ce ne sono un’infinità è pur vero che anche i giovani, ragazzi e ragazze sono moltissimi. Una bella speranza per il nuovo Stato che si sta attrezzando per crescere!


Rebecca prepara la polenta

La notte dopo gli esami è stata quanto meno agitata… il calo di tensione mi ha provocato un paio di attacchi intestinali e di stomaco, che si sono poi ripetuti al mattino. Alle 8 padre Giovanni telefona all’”agenzia viaggi”, si fa per dire, per notizie sul volo che ho prenotato per oggi. Risposta: “venite in ufficio per comunicazioni”… Andiamo con le valigie pronte… Le “comunicazioni”? “Non sappiamo ancora nulla, vi chiamiamo noi verso le 12”… Alle 15,30 torniamo all’ufficio: “Penso che per le 15 dovrebbe arrivare l’aereo!”. Alla constatazione che sono passate da mezz’ora, l’impiegato risponde senza una piega: “allora o arriva più tardi o domani! Vi chiamo io!”… Torniamo in missione, tolgo il pc dalla borsa e mi preparo a fare qualcosa… Ho da mandare un articolo a Unimondo.org, ho da registrare l’editoriale per “Reflex”, il settimanale di Radio Incontri Cortona e da scrivere qualche nota come questa…

Ho appena acceso il pc che sento l’aereo atterrare… dall’altra parte padre Giovanni mi urla: “Se non sei pronto, perdi l’aereo!”.
Dopo dieci minuti siamo al campo di volo… Mentre corro verso l’aereo gli addetti mi prendono la valigetta rimanente, di tre con cui sono arrivato, e la imbarcano, mentre un altro mi fa salire in cabina di pilotaggio: “il tuo posto è a fianco del pilota!”… Mi viene da ridere…
Da giovane avevo pilotato il Piper-idrovolante sul lago di Como… ora, se ci fossero stati problemi avrei avuto la forza e il coraggio di prendere io in mano la cloche? Dieci minuti per rivedere i comandi e mi sento a casa... Se anche il primo pilota dovesse stare male… Per fortuna mia, del pilota e della quindicina di passeggeri, è andato tutto a regola…
Certo che da cinquanta anni a questa parte i comandi non sono cambiati molto, ma la strumentazione non finisce più!
Arrivo a Juba contento e felice del breve volo, ma non mi aspettavo di dover fare oltre un chilometro a piedi per arrivare all’uscita…
Quando arrivo alla casa dei Padri Comboniani mi rifocillo, doccia e cena. La camera mi sembra quella di un hotel a 12 stelle… altro che Grillo! Il letto mi aspetta poco: ci casco e dormo per dieci ore filate, fino a quando la sveglia non mi ci tira giù.

Quando sono arrivato a Juba, per prima cosa ho saputo della morte di un padre Comboniano sud-sudanese che conoscevo bene e che, un mese fa, avevo visto e salutato, ma mi era apparso in condizioni pessime… Venerdì trascorre nella scelta del posto per la tomba, in una delle prime missioni del Sud Sudan, a Rajaf, pochi chilometri da Juba, lungo il Nilo; poi l’arrivo della salma dall’ospedale di Gulu, in Uganda; i discorsi, i parenti, le urla, gli svenimenti, il folklore annesso alla cerimonia, il lato religioso, la preghiera e la veglia notturna accompagnata dalla musica religiosa locale, guidata dal tamburo; sabato mattina ultima benedizione, ultima preghiera, poi il funerale nella grande chiesa parrocchiale e al cimitero… Non partecipo, sono ancora stanco e con sintomi che ancora consigliano riposo e… vicinanza al bagno!

Dopo la partenza della salma per la cerimonia finale tutto si calma, tutto rimane per due giorni in silenzio e si può riposare e meditare tranquillamente. Per fortuna i Comboniani non hanno impegni di parrocchia!





sabato 13 febbraio 2016

6 – Il territorio e la sua vita



La scorsa domenica, al pomeriggio, padre Giuseppe Parladè, un anziano padre spagnolo, di Siviglia, mi invita ad accompagnarlo in un villaggio a circa 30 chilometri per farmi vedere dove lui vive buona parte della missione e un paio di chiese in villaggi sparsi.
La strada è sempre in mezzo alla savana, lasciando appena intravvedere le cime dei tetti di erba dei tucul, per il resto qualche capra, qualche persona che va a piedi portando legna o acqua o altro, con un andamento lento, dovuto anche al caldo, ma soprattutto alla convinzione che il tempo e la vita vanno avanti senza bisogno del nostro impegno assiduo e stressante per noi stessi.
Il primo villaggio è costituito da una ventina di capanne, una chiesetta, una piccola casa in muratura (una camera e niente più) per il padre e un servizio igienico esterno, sempre in muratura… Qui passa molte notti padre Giuseppe.
Il prossimo villaggio, Nyang, lo troviamo dopo aver superato un accampamento di soldati dove si vedono i cingolati passati al mattino, mentre Padre Giovanni celebrava la messa al villaggio dei lebbrosi. Anche qui una bella cappella, una camera e una toilette in muratura per il padre Giuseppe. La chiesa è arricchita da una bella pittura che un artista locale sta terminando.
Come sempre ed ovunque qui, Cristo e tutti i personaggi delle Scritture sono neri ed è bello vedere l’ambientazione tra palme e tucul…

La settimana passa veloce: è l’ultima serie di lezioni e pratica, foglio elettronico, presentazioni, ripasso, internet…
Sabato pomeriggio però, mantenendo l’impegno della scorsa settimana, padre Pedro mi accompagna al “cattle camp” a fare le foto. Se non ci fosse lui a trattenere e organizzare i bambini avrei fatto foto solo a loro, che, ovunque mi giri, mi si mettono davanti per farsi riprendere in pose guerresche e di lotta… uno spettacolo nello spettacolo di questo campo, quasi al tramonto, tra la cenere e la sabbia, le vacche, qualche cane, qualche capra, tanti bambini, qualche anziana, e diverse splendide ragazze che attendono alle faccende domestiche: cucinare, pestare il mais bianco per fare la polenta (“sida” in lingua dinka) e allattare i figli…
La fotografia (“sura”) attrae tutti e tutti si vogliono far fotografare, ma solo dopo essersi “truccati” con la cenere… ne nasce un “album” che vedrò, in qualche modo e con l’aiuto di qualche amico, di pubblicare…

Domenica dedicata alla preparazione degli esami che si tengono martedì e mercoledì, con la consegna, nel pomeriggio, dei famosi “certificati”.
Gli esami vanno come da copione… tre che riescono ad emergere (due studenti ed un insegnante), gli altri che seguono a distanza e due o tre che proprio non riescono a quadrare, ma a cui rilascio un certificato di presenza e di risultato sufficiente. Tra questi il direttore della scuola primaria, che alla fine chiede a me e a padre Giovanni (io ho evitato di rispondergli) come mai non gli è stato dato il massimo dei voti, data l’anzianità…






La situazione politica è in evoluzione, come da tempo, un giorno avanti e due indietro, ma la speranza che si arrivi ad una conclusione positiva cresce, quasi alla stessa velocità della svalutazione e della fame… Nei prossimi giorni si attendono evoluzioni positive…
Come sempre dobbiamo sperare…



giovedì 4 febbraio 2016

5 – La vita oltre la scuola




Tra sabato e domenica sono riuscito, con la collaborazione dei padri Comboniani, a fare alcune “visite guidate” molto particolari ed interessanti.

Sabato pomeriggio ho chiesto a padre Pedro se volesse fare una passeggiata (so che a lui fa piacere camminare ed io ne sento la necessità: stare in piedi sei ore al giorno non mi piace, ma lo faccio, ma camminare è ben altra cosa!).
Risposta affermativa, “ma non andiamo verso il mercato, andiamo verso fuori..”; risposta affermativa: “non ho da fare shopping, oggi!”.
Ci avviamo sulla “strada nazionale” che va, alla lontana, a Rumbek. Chiacchierando si fa presto… dopo un paio di chilometri, vediamo del fumo: i pastori di un accampamento di vacche stanno bruciando le sterpaglie dopo il passaggio degli animali, per far crescere meglio, dicono loro, l’erba per la prossima stagione. Continuando a chiacchierare fra noi, ma anche con i passanti che salutano e che sono quasi tutti pastori che stanno andando o tornando dal mercato, arriviamo al “cattle-camp”: lo spettacolo è surreale…
Le vacche stanno rientrando, siamo quasi al tramonto, e le donne e i giovani stanno legando i vitellini; le anziane preparano i fuochi per cuocere la cena, unico pasto quotidiano, gli altri sono con la mandria.
Parlando con qualcuno dei “capi” o presunti tali, mi autorizzano, direi che mi invitano, a tornare per fare qualche foto.

La terra è cenere mista a sabbia, i bimbi sono seminudi e con il corpo e la faccia interamente sbiancati dalle cenere… bellissimi e apertissimi a stringere la mano dei “bianchi” o a toccare le mie braccia, pelose come le loro capre… Le poche donne sono intente ai lavori domestici. Le “case” sono costituite da stuoini posti a terra, mentre quattro o sei pali sostengono il tetto che è un altro stuoino: all’interno, si fa per dire, due letti grandi senza materassi ma con qualche coperta, su cui tutti i componenti della famiglia dormono, sognano, fanno l’amore e fanno figli… ce ne vogliono tanti per continuare l’etnia, il gruppo e tramandare le mandrie… troppi muoiono presto, per la cattiva alimentazione, per l’AIDS che si tramandano, per gli incidenti che noi chiameremmo “domestici”, legandoli al concetto di casa (“domus”) tipicamente nostro.
Ho qualche foto “di repertorio”, ma andrò a farne altre…


Non faccio in tempo a metabolizzare le scene del “cattle-camp”… dormo benissimo, ma nel cuore rivedo le scene e penso agli impossibili paragoni con l’Europa, l’Italia, l’Occidente opulenti e spreconi… Ripenso alle foto che voglio fare e che farò…

Domenica mattina padre Giovanni mi invita ad andare con lui, dopo la messa in inglese, in un villaggio a circa 15 chilometri: deve dire la messa in un piccolo villaggio di poche capanne, qualche vacca e uomini e donne lebbrosi, anche loro con un notevole numero di bambini che potrei definire “ancora sani” 
Ora la lebbra si cura: tutti vanno periodicamente a farsi visitare e curare all’o-spedale di Yirol, dell’associazione padovana “CUAMM – Medici per l’Africa”, diretto dalla dottoressa Arianna e gestito anche da altro personale italiano e locale.


Mentre qualcuno degli uomini e qualche giovane preparano la messa, le donne stanno cucinando: preparano la “birra” locale, fatta con mais bianco, sorgo e altro, per noi quasi imbevibile.
In una capanna una ragazzina e una anziana si stanno vestendo: mettono il vestito per la messa… colori sgargianti, fazzoletti coloratissimi in testa e bambini in braccio…
In tutti si vedono le lacerazioni del corpo, le deformazioni degli arti, ed in tutti si vede la voglia di vivere, il desiderio di stringere una mano, il bisogno di una parola… ripenso al bacio al lebbroso di san Francesco…

La messa, come sempre nei villaggi, ma qui in modo ancor più evidente, è molto sentita: si prega tutti, si balla tutti, si accompagnano i canti con la danza del corpo e delle mani. Senza esagerazioni: non è una messa devozionale o superstiziosa, ma una manifestazione di ringraziamento al Padre Eterno, senza troppi interrogativi teologici o filosofici, ma con una fede grandissima…

Si prega soprattutto per la Pace. Mentre fuori dalla chiesa, lungo la strada a cento metri, passano un paio di cingolati che trasportano truppe e sussistenza.
Sì… bisogna proprio pregare… gli “uomini” che stanno cercando le soluzioni per  una pace seria sono gli stessi che, a casa loro, producono le armi con cui questi si ammazzano… che interesse possono avere affinché si raggiunga davvero una Pace durevole? 
Chi vivrà vedrà...



sabato 30 gennaio 2016

4 – La Pace sembra avvicinarsi…



Martedì grande festa ad Yirol! Finalmente, dopo tanti rinvii, ripensamenti e discussioni, è arrivato il nuovo governatore della nuova contea… Chiusi tutti i negozi, esclusi bar e ristoranti (uso i termini occidentali ma con un’accezione assolutamente diversa!) e anche io ho lasciato a casa gli insegnanti che fanno il corso al pomeriggio, per farli andare alla presentazione del nuovo rappresen-tante del governo.
Un passo a vedere l’ho fatto anche io, con padre Pedro. Cinque ore di discorsi di tutti coloro che ricoprono un qualsiasi incarico e che quando hanno in mano un microfono sanno quando iniziano ma non prevedono la presenza di ulteriori oratori… Intanto a cinquanta metri i pastori “dinka” trattavano le loro vacche e le loro capre, fregandosene totalmente del governatore e dei suoi chiacchieroni più o meno ufficiali.
Alla fine dei discorsi, verso le 17, pranzo ufficiale in una struttura destinata ai giovani ed ora precettata come residenza provvisoria del “big boss”. Gli altri si divertono a ballare e cantare… mangeranno qualcosa stasera al buio: così non si accorgono di quanto poco c’è nei loro piatti, oggi che qualcosa c’è…

Un segno di pace è stato l’arrivo del governatore. Un altro, forse più forte, è il fracasso dei “big tanks” (autocisterne articolate) che attraversano, dalle 5 del mattino fino verso le 23, il villaggio: la nostra comunità è a circa 100 metri dalla strada, ma ci sono alcuni “bumps” (dossi rallentatori) vicini, che contri-buiscono notevolmente a farli rallentare, saltare e poi ripartire con il gas al massimo: una musica un po’ “heavy metal” accompagnata da una quantità industriale di polvere rossa che entra nei polmoni…
Dietro il passaggio di queste enormi cisterne si avverte il nuovo inizio della vita produttiva… tornano dal nord del paese, dove i pozzi di petrolio sono ancora chiusi, ma in riparazione, e vanno a riempirsi in Kenya, Congo ed anche in Uganda, almeno fintantoché il presidente Museweni non deciderà di passare dalle parole minacciose ai fatti, visto che il Sud Sudan non paga i debiti fin qui contratti verso l’amico (mi sembra molto ex!) ugandese. E qui un po’ di paura potrebbe anche venire: l’Uganda, piccolo paese equatoriale, ha uno dei maggiori eserciti del continente africano e, quasi sicuramente, ha ancora truppe schierate proprio in Sud Sudan… Durante i colloqui per trovare una soluzione pacifica alla guerra civile in atto, l’Uganda era stata invitata a far rientrare le sue truppe nei propri confini, ma la risposta era stata un “no” molto secco: “dobbiamo difendere i nostri interessi in Sud Sudan!”…

I due corsi di informatica proseguono di buona lena ma con risultati abba-stanza alternati: i giovani del mattino si impegnano alla morte e sono bravi; gli insegnanti non sono disposti a perdere il loro tempo per imparare… come ho già detto, essendo insegnanti, devono insegnare… cosa non è dato sapere, visto che il computer non lo hanno mai visto né usato!

La vita in comunità procede bene, i missionari lavorano tutti molto e accolgono diversi ragazzi a fare lavoretti di tutti i generi, dal giardinaggio alla muratura alle piccole commissioni, tanto per non regalare loro il mangiare o la retta scolastica… Il mangiare è sempre buono, anche se articolato su un menu più o meno settimanale. Praticamente per una settimana si mangia una serie di piatti e poi la settimana dopo si cambia qualcosa: i fissi sono, come sempre e ovunque, riso e polenta di mais bianco (in Uganda c’è quella di banane planten, in Centrafrica di manioca e così via). Poi si aggiunge qualcosa di calorico (lenticchie o fagioli o ceci) e, se ci sono, pane, frutta o tonno… Un paio di volte alla settimana c’è anche una pastasciutta favolosa o la carne o, come stasera, il pesce del fiume affumicato, ottimo!
Niente di cui lamentarsi. Poi, se si ha fame, ci sono i soliti biscottini indiani o kenyoti ricchi di glucosio (alla faccia di noi occidentali!).
La colazione invece è a base di caffè (tostato in casa, all’italiana) o thè ugandese, poi latte condensato, di cui io non considero nemmeno l’esistenza, biscottini e a volte la marmellata. Mancano quasi del tutto le uova e, in questa stagione, anche le verdure scarseggiano assai, come la frutta. Ma padre Giovanni, per farmi stare bene, sta inventando di tutto: ha portato in tavola, un po’ per volta, papaya, bananine piccole, jackfruit e così via!

Il caldo torrido sembra sia passato e da un paio di giorni si dorme meglio, anche con un lenzuolo o una copertina… La minima oggi alle 7 era intorno ai 20°, ma la massima sale sempre intorno a 38°… Speriamo che la stagione delle piogge non arrivi troppo presto, ossia almeno fino a quando ci sono io!




sabato 23 gennaio 2016

3 – Al lavoro



Domenica pomeriggio padre Pedro, dell’Ecuador, mi invita a fare una passeggiata verso il centro del villaggio, il mercato, la vita… Così scopriamo che i pastori Dinka, ormai a fine stagione, si stanno sfidando nella nobile arte marziale dell’”Ayyang”, la nostra lotta greco-romana, l’americano “wrestling”.
Mi tornano in mente le belle foto scattate quasi sei anni fa a Mapuordit, con ragazzi e ragazze truccati e nei costumi da battaglia e li rivedo con gioia dopo questo tempo di assenza. Qui la piazza in cui si svolge il torneo è molto grande e ci sono oltre duemila persone intorno a guardare e a fare il tifo. Padre Pedro e io non superiamo il metro e sessantacinque e siamo tagliati fuori dalla possibile visione di alcunché, ma i pastori e i giovani dinka (tutti oltre il metro e ottanta) sono felici di vedere i “bianchi” che partecipano e ci fanno largo per farci andare davanti a vedere…
Dopo aver visto qualche incontro, ringraziamo chi ci ha aiutati a passare, andiamo a dare un’occhiata al tramonto verso il lago e poi torniamo alla missione quando ormai sta venendo scuro.



Fine settimana in quasi completo relax, quindi, ma domani si comincia con la scuola vera e propria: una settimana quasi completa di teoria e le prime “toccate” di tastiera… E’ sicuramente la più difficile: la teoria senza la pratica è difficile, ma so già che, piano piano, capiranno ed accetteranno questa via.

Il gruppo del mattino, studenti delle superiori, sono disciplinati, attenti ed impegnatissimi a capire tutto, anche se, ovviamente, non tutti ci arrivano subito… Al pomeriggio gli insegnanti sembrano interessati ed attenti, ma presto mi rendo conto che, avendo fatto solo la scuola primaria, mancano delle basi di ragionamento che i ragazzi invece hanno. In più manca la capacità di adattamento al ruolo di studente: loro sono insegnanti e quindi io dovrei insegnare loro secondo i loro criteri di base, che però non hanno, non avendo mai partecipato a meeting, conferenze o altre sessioni di apprendimento… sono insegnanti e questo li qualifica!
Già al primo giorno due cellulari squillano ed un insegnante arriva tardi… il terzo giorno non arriva proprio… dal quarto ha cominciato ad essere puntuale… Speriamo in bene… Dopo tre giorni di questo andazzo, alla minaccia di espulsione, raggiungiamo un accordo: niente espulsione, ma sanzione di 5 scellini (10 cent di euro), per ogni “scorrettezza”: a fine settimana ho raccolto un euro dagli insegnanti e 10 cent dai ragazzi, ma questi sicuramente hanno capito che devono cambiare sistema!

La vita in comunità è sicuramente ottima: quattro padri Comboniani e un confratello al momento assente… Padre Giovanni Girardi ha organizzato il corso, voluto dalla comunità, con l’aiuto di fratel Jaczek (polacco) e sotto la guida di padre Joseph (spagnolo), che è anche il parroco… Poi ci sono padre Pedro e padre Boris, del Togo, molto giovane ed efficiente! Anche lui, come tutti i togolesi, lo prendiamo in giro perché, essendo la sua nazione lunga ma molto stretta, i campi di calcio sono messi longitudinalmente, una porta a nord e una a sud, altrimenti sarebbero una in Costa d’Avorio e una in Benin, gli stati confinanti… Ma lui lo sa bene e ci scherza anche lui!

Sul mangiare non ci si può mai lamentare… si mangia e a sufficienza! La scorsa settimana in tavola c’erano: polenta di mais bianco, riso lessato, ceci, e un brodo normalmente misto… ogni tanto si arriva ad avere anche il pane…
Questa settimana, invece, è iniziato il ciclo delle lenticchie al posto dei ceci…
Padre Giovanni, che mi sono conquistato portandogli un chilo di parmigiano, un panettone e due bottiglie di grappa,  cerca di non farmi mancare nulla…
Lunedì ha fatto fare le tagliatelle al sugo, martedì ha comprato il pesce di fiume e giovedì la carne… Fantastico! Ed oggi la sorpresa di fine-settimana… radicchio coltivato da lui, padre Giovanni e lavato e disinfettato con le sue mani: una scorpacciata con un po’ di aglio, cipolla, pepe nero, un pizzico di sale, olio extravergine europeo (della Coop)… certo non è quello del “Giglio”, dei miei padroni di casa, della Valdichiana, ma va benone!
Insomma… niente da dire… E poi “non si deve parlare a bocca piena”, diceva la mia mamma…

Poi ci sono le novità politiche, e meno male che non sono di guerra!
In questo fine settimana dovrebbe finalmente arrivare il nuovo governatore, che in realtà sono tre! In pratica la regione “Lakes”, che aveva capoluogo a Rumbek, è stata divisa in 3 parti ciascuna affidata ad un governatore, ma i 3 governatori non sono indipendenti: ognuno ha responsabilità anche sull’opera-to degli altri, così si pensa di ovviare alle rivalità tribali, qui assai poco sentite, in quanto siamo in una zona abitata solo dal popolo Dinka. Insomma… siamo sempre appesi ad un filo…

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Alla prossima "nota"!