Progetto INFORMAFRICA


Ridurre il "digital divide" portando la nostra CONOSCENZA
in modo ETICO e RESPONSABILE, ma non i nostri "modelli di vita"

martedì 16 febbraio 2016

7 – Sì… ma l’Africa non usa l’orologio…




Gli esami sono finiti, i promossi sono contenti, gli altri un po’ meno… ma si sa che gli esami non finiscono mai… Mi stupisco ripensando agli insegnanti delle primarie, che non riescono ad aprire la loro mente a nuove conoscenze…

In realtà dovrei stupirmi del mio stupore… Come si può pensare che una persona che finisce un corso di studi, dal giorno dopo possa insegnare quelle materie che ha appena finito di “conoscere”, senza il benché minimo approfondimento? Ecco. L’informatica interessa a tutti perché ci si rende conto della velocità del suo sviluppo e della possibilità di aprirsi al mondo, ma nello stesso tempo si ha forse paura del mondo che ci può venire incontro e magari anche travolgerci… Fanno così anche gli struzzi…

Ripasso ancora per il centro di Yirol e, vedendo i pastori nella caratteristica casacca blu e le loro bellissime ragazze, ripenso al “cattle camp” e a Rebecca, una ragazza di 16 anni del campo che studia ed è già alla seconda superiore, e mi ha fatto un po’ da interprete mentre facevo le fotografie… Ma quanti giovani ci sono in questa zona! Vero che è difficile invecchiare, yista la malnutrizione e le malattie, ma se di bambini ce ne sono un’infinità è pur vero che anche i giovani, ragazzi e ragazze sono moltissimi. Una bella speranza per il nuovo Stato che si sta attrezzando per crescere!


Rebecca prepara la polenta

La notte dopo gli esami è stata quanto meno agitata… il calo di tensione mi ha provocato un paio di attacchi intestinali e di stomaco, che si sono poi ripetuti al mattino. Alle 8 padre Giovanni telefona all’”agenzia viaggi”, si fa per dire, per notizie sul volo che ho prenotato per oggi. Risposta: “venite in ufficio per comunicazioni”… Andiamo con le valigie pronte… Le “comunicazioni”? “Non sappiamo ancora nulla, vi chiamiamo noi verso le 12”… Alle 15,30 torniamo all’ufficio: “Penso che per le 15 dovrebbe arrivare l’aereo!”. Alla constatazione che sono passate da mezz’ora, l’impiegato risponde senza una piega: “allora o arriva più tardi o domani! Vi chiamo io!”… Torniamo in missione, tolgo il pc dalla borsa e mi preparo a fare qualcosa… Ho da mandare un articolo a Unimondo.org, ho da registrare l’editoriale per “Reflex”, il settimanale di Radio Incontri Cortona e da scrivere qualche nota come questa…

Ho appena acceso il pc che sento l’aereo atterrare… dall’altra parte padre Giovanni mi urla: “Se non sei pronto, perdi l’aereo!”.
Dopo dieci minuti siamo al campo di volo… Mentre corro verso l’aereo gli addetti mi prendono la valigetta rimanente, di tre con cui sono arrivato, e la imbarcano, mentre un altro mi fa salire in cabina di pilotaggio: “il tuo posto è a fianco del pilota!”… Mi viene da ridere…
Da giovane avevo pilotato il Piper-idrovolante sul lago di Como… ora, se ci fossero stati problemi avrei avuto la forza e il coraggio di prendere io in mano la cloche? Dieci minuti per rivedere i comandi e mi sento a casa... Se anche il primo pilota dovesse stare male… Per fortuna mia, del pilota e della quindicina di passeggeri, è andato tutto a regola…
Certo che da cinquanta anni a questa parte i comandi non sono cambiati molto, ma la strumentazione non finisce più!
Arrivo a Juba contento e felice del breve volo, ma non mi aspettavo di dover fare oltre un chilometro a piedi per arrivare all’uscita…
Quando arrivo alla casa dei Padri Comboniani mi rifocillo, doccia e cena. La camera mi sembra quella di un hotel a 12 stelle… altro che Grillo! Il letto mi aspetta poco: ci casco e dormo per dieci ore filate, fino a quando la sveglia non mi ci tira giù.

Quando sono arrivato a Juba, per prima cosa ho saputo della morte di un padre Comboniano sud-sudanese che conoscevo bene e che, un mese fa, avevo visto e salutato, ma mi era apparso in condizioni pessime… Venerdì trascorre nella scelta del posto per la tomba, in una delle prime missioni del Sud Sudan, a Rajaf, pochi chilometri da Juba, lungo il Nilo; poi l’arrivo della salma dall’ospedale di Gulu, in Uganda; i discorsi, i parenti, le urla, gli svenimenti, il folklore annesso alla cerimonia, il lato religioso, la preghiera e la veglia notturna accompagnata dalla musica religiosa locale, guidata dal tamburo; sabato mattina ultima benedizione, ultima preghiera, poi il funerale nella grande chiesa parrocchiale e al cimitero… Non partecipo, sono ancora stanco e con sintomi che ancora consigliano riposo e… vicinanza al bagno!

Dopo la partenza della salma per la cerimonia finale tutto si calma, tutto rimane per due giorni in silenzio e si può riposare e meditare tranquillamente. Per fortuna i Comboniani non hanno impegni di parrocchia!





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