Progetto INFORMAFRICA


Ridurre il "digital divide" portando la nostra CONOSCENZA
in modo ETICO e RESPONSABILE, ma non i nostri "modelli di vita"

sabato 30 aprile 2016

1 - In Congo




Quest'anno 2016 si preannuncia denso di viaggi e missioni : dopo i primi due mesi trascorsi in Sud Sudan e un mese e mezzo in Italia, eccomi di nuovo in volo verso l'Africa, per la prima volta verso il Congo, nono paese in cui mi reco in questo continente grande come l'America del nord, più l'Europa Occidentale più un'abbondante parte di Asia… Mi fermerò qui fin verso la fine di maggio : un mese completo per fare un corso sul foglio elettronico a medici ed ammini­strativi di un ospedale pediatrico a circa quaranta chilometri dalla capitale Kin­shasa.
Il progetto, delle associazioni Agape e “Hub for Kimbondo” di Roma, e appog­giato da Informatici Sen­za Frontiere, di cui faccio parte, rientra nello sviluppo tecnologico di questo ospedale.

L'Ospedale Pediatrico di Kimbondo è nato negli anni '80 come piccolo dispensa­rio ad opera della dr.ssa Laura Perna, mancata di recente, senese di adozione, e si è poi sviluppato come accoglienza ai bambini abbandonati ed ammalati, poi ai giovani portatori di handicap di ogni tipo, ed ora, con l'opera che conti­nua sotto la direzione di due missionari « claretiani », padre Hugo, cileno, e padre Victor, congolese, si sta ulteriormente sviluppando con reparti di chirur­gia, odontoiatria, neonatolo­gia, psicopedagogia, telemedicina, sempre rivolti ai bimbi ed alle loro proble­matiche. Lavorano qui come dipendenti, oltre duecento persone, quasi tutte lo­cali, e una quindicina di volontari di svariate nazionalità, in nome di diverse as­sociazioni che aiutano questa opera.

Prima di partire avevo quasi paura di dover vivere nella capitale, che conta ol­tre dieci milioni di abitanti, contrariamente alla mia “abitudine” alla vita tran­quilla nei villaggi. Quando, alle 4 del mattino di sabato sono arrivato all'aero­porto, ho trovato una valigia un meno, ovviamente quella dei computer, ma un padre Hugo in più… il “volo risparmioso” lo ha costretto a venire in piena not­te…
La valigia, per la cronaca, ci è stata riconsegnata il lunedì, quasi integra e bella impacchettata. Manca una ruota: ho trovato le viti dentro la valigia… l'hanno smontata e mi hanno rimesso dentro le viti, attraverso il buco che si è creato… Deve essere stato come un “pit stop” della Formula 1… Fantastico!
La prima sorpresa, dopo la valigia, è stata che Kimbondo non è un quartiere di Kinshasa, ma è una cittadina a se stante, addirittura in un'altra diocesi.
L'ospedale, con tutto il suo grande comprensorio, è su una bella collina affac­ciata ad una verde valle volta ad ovest, con il sole che nasce alle spalle della struttura e tramonta in faccia, con i “solitamente splendidi” tramonti africani.
Vivo quindi come in un villaggio inerpicato su diversi livelli: in cima i reparti e gli uffici; al centro del pendio la chiesa aperta, altri reparti, le sale di riunioni e la sala in cui si svolgeranno i corsi; in basso le camere per gli ospiti e alcuni volontari, e il refettorio.
I primi giorni era caldissimo e, perdurando la stagione “umida” o “delle piog­ge”, l'umidità è perennemente sopra il 90%. Durante la settimana il caldo è ca­lato e ora si sta bene di giorno e freschini di notte. Ottimo. Niente di che: il tempo fa sempre come vuole, e noi ci adattiamo, anche se, per scaramanzia, troppo spesso ci affidiamo ai maghi del meteo.
La prima settimana è trascorsa tra l'organizzazione, l'ambientamento, la ricer­ca delle connessioni con il resto del mondo e l'inizio del corso.

La domenica l'abbiamo spesa per conoscere il posto, vedere i reparti, andare alla messa: due ore di danze e canti con medici, infermieri, educatori, volontari e moltissimi dei bimbi ospiti, con tutte le loro infermità, le loro ferite fisiche e la loro gioia di essere insieme a tutti gli altri, anche alla ricerca di una stretta di mano, di un sorriso, di un “bonjour”…
Durante la messa di venerdì, mentre una suora assistente leggeva le letture, un ragazzo ha avuto un attacco di epilessia ed è caduto per terra. La suora ha smesso di leggere, lo ha calmato e lo ha lasciato steso, mentre la messa è con­tinuata senza interruzione. Dopo pochi minuti è arrivato un infermiere che ha “risvegliato” il ragazzo, lo ha fatto mettere in piedi e se lo è riportato al repar­to. Nessuna sceneggiata, nemmeno una parola… solo i gesti necessari e tanta dolcezza nel soccorso.

L'aula è stata preparata non senza travaglio (qui si direbbe subito “da sala par­to”), ma tutto è bene quel che finisce bene: i pc sono stati installati, il software pure, le “ciabatte” che accolgono diversi tipi di attacchi si sono trovate… e la corrente elettrica, almeno quella, c'è quasi sempre!
Il corso è iniziato: primi tre giorni di rodaggio e da lunedì si farà sul serio…

Essendoci una buona presenza di volontari italiani, oltre ad uno spagnolo ed al padre Hugo, che mangiano con noi, la cucina è buona e ogni tanto si varia an­che, almeno alla sera. Manca la frutta, ma pare che sia molto cara e scarsa, probabilmente anche per la stagione. La fame non si soffre assolutamente e va bene così. C'è anche una “moka gigante” per i “malati” del caffè italiano...



sabato 20 febbraio 2016

8 – La partenza, le promesse, i sogni…



Dopo un week end in totale relax ed avendo anche ripreso appetito e voglia di muovermi, lunedì e martedì li dedico a qualche passeggiata nell’inferno della capitale: traffico convulso e totalmente disordinato che mi ricorda gli anni ’60 e ’70 nelle nostre città… gas di scarico, sirene di auto “ufficiali” seguite da quelli più furbi che si accodano, motorini (i famosissimi “boda-boda”) che guizzano tra le auto, come a Roma gli scooter, pedoni che rischiano la vita ad ogni attraversamento, marciapiedi assenti e polizia che, quando c’è, blocca automaticamente il traffico: ho visto tre poliziotti su un incrocio fischiare contemporaneamente per dare direttive diverse… Il passaggio dei “cortei ufficiali” con polizia ed esercito davanti, dietro e di fianco, contribuiscono al caos totale…

Passando nella zona del mercato di vedono molti giovani con in mano pacchi di sterline sud-sudanesi pronti a cambiarle a qualsiasi cifra… Stamattina il cambio è oltre 32 sterline per un dollaro… come avevo scritto in un’altra “nota”, all’arrivo a gennaio il cambio era a 22: una svalutazione del 30% in un mese e mezzo… ovviamente o si hanno i soldi o non si compra nulla, men che meno da mangiare!

Per quanto concerne la situazione politica, è in movimento, ma non si sa bene per dove… Giovedì scorso il presidente Salva Kiir ha firmato il “decreto” che rinomina il vice-presidente nella persona di Riak Machar e, come secondo vice-presidente, un altro elemento dell’opposizione, James Igga.
Tra sabato e domenica è arrivata la risposta, positiva, di Riak Machar, che, al momento, si trova in Sudan, ma insieme alla nota positiva ce n’è subito una negativa: Machar non rientrerà a Juba finché il presidente non farà sgombrare Juba da buona parte dell’esercito (quella, beninteso, fedele al presidente Salva Kiir). In effetti una parte dell’esercito si è ritirata fuori Juba di circa 20/25 chilometri… ossia, come prendersi per i fondelli reciprocamente… D’altra parte Machar non vuole essere assassinato e si porta i suoi soldati, che lo difenderanno dagli avversari politici… Intanto Machar va in visita a Pretoria, aspettando gli eventi…
Martedì un altro colpo di scena. Salva Kiir, come un buontempone qualsiasi, minaccia Riak Machar di ritirare il decreto della nomina, se non si presenterà entro giovedì a Juba per la formazione del nuovo governo…
Direi che così non va proprio bene. Gli alti e bassi della tensione sono molto forti e sembrano destinati a non finire, ma anzi, a sostenere l’ipotesi di una resa dei conti “finale” entro pochi giorni…

Juba è veramente un mezzo inferno… Non c’è una centrale elettrica realmente funzionante ed ogni struttura, azienda, albergo, edificio commerciale, hanno i loro generatori, che vengono messi in funzione alla sera, quando i pochi pannelli solari esistenti non caricano più, ma i frigoriferi e i condizionatori vanno a pieno regime: i generatori vanno a gasolio: si può immaginare facilmente il livello di inquinamento che si raggiunge! In più, per ottenere record ancora migliori, in molte strade, di notte si bruciano i rifiuti urbani… dalla plastica, alle gomme ai rifiuti organici, e così via…
Sulla salute dei cittadini piovono fumo, ceneri, residui bruciati, e così via… Di notte bisogna alzarsi due o tre volti per bere e bagnarsi il naso riarso dai fumi tossici e non…
Il cielo di notte non fa vedere molte stelle… la mattina, fino alle 19 il sole fa fatica a far capolino tra le nuvole di fumo che coprono ancora la città…
Yirol era un paradiso, solo i camion vuoti verso Juba e pieni verso Rumbek… ma l’Africa è e rimane Africa… e non si può stare più di qualche mese senza tornare!



Intanto è stato approvato da Economia Alternativa il progetto per il “St. Daniele Comboni College” di Kasaala-Luweero; progetto per cui Informatici Senza Frontiere aveva procurato i pc. Se gli amici che mi leggono aiuteranno questo progetto (di cui avevo già parlato nella prima “nota di viaggio” di quest’anno), alla fine ci saranno anche i fondi per il viaggio, i visti e le varie piccole spese di permanenza! Così il prossimo anno avrò già un posto in cui andare…

Ultima “notizia”… Riprenderò queste “note di viaggio” a fine aprile dall’ospedale pediatrico di Kimbondo (Kinshasa, Repubblica Democratica del Congo), dove andrò a fare un corso sul foglio elettronico ai medici ed uno di prima alfabetizzazione informatica agli infermieri.

Grazie per l’attenzione che mi avete concesso finora e che vorrete concedermi in futuro, ed anche e soprattutto, per gli aiuti che vorrete far avere a me o alle associazioni che mi sostengono.

Buona Pasqua a tutti!



martedì 16 febbraio 2016

7 – Sì… ma l’Africa non usa l’orologio…




Gli esami sono finiti, i promossi sono contenti, gli altri un po’ meno… ma si sa che gli esami non finiscono mai… Mi stupisco ripensando agli insegnanti delle primarie, che non riescono ad aprire la loro mente a nuove conoscenze…

In realtà dovrei stupirmi del mio stupore… Come si può pensare che una persona che finisce un corso di studi, dal giorno dopo possa insegnare quelle materie che ha appena finito di “conoscere”, senza il benché minimo approfondimento? Ecco. L’informatica interessa a tutti perché ci si rende conto della velocità del suo sviluppo e della possibilità di aprirsi al mondo, ma nello stesso tempo si ha forse paura del mondo che ci può venire incontro e magari anche travolgerci… Fanno così anche gli struzzi…

Ripasso ancora per il centro di Yirol e, vedendo i pastori nella caratteristica casacca blu e le loro bellissime ragazze, ripenso al “cattle camp” e a Rebecca, una ragazza di 16 anni del campo che studia ed è già alla seconda superiore, e mi ha fatto un po’ da interprete mentre facevo le fotografie… Ma quanti giovani ci sono in questa zona! Vero che è difficile invecchiare, yista la malnutrizione e le malattie, ma se di bambini ce ne sono un’infinità è pur vero che anche i giovani, ragazzi e ragazze sono moltissimi. Una bella speranza per il nuovo Stato che si sta attrezzando per crescere!


Rebecca prepara la polenta

La notte dopo gli esami è stata quanto meno agitata… il calo di tensione mi ha provocato un paio di attacchi intestinali e di stomaco, che si sono poi ripetuti al mattino. Alle 8 padre Giovanni telefona all’”agenzia viaggi”, si fa per dire, per notizie sul volo che ho prenotato per oggi. Risposta: “venite in ufficio per comunicazioni”… Andiamo con le valigie pronte… Le “comunicazioni”? “Non sappiamo ancora nulla, vi chiamiamo noi verso le 12”… Alle 15,30 torniamo all’ufficio: “Penso che per le 15 dovrebbe arrivare l’aereo!”. Alla constatazione che sono passate da mezz’ora, l’impiegato risponde senza una piega: “allora o arriva più tardi o domani! Vi chiamo io!”… Torniamo in missione, tolgo il pc dalla borsa e mi preparo a fare qualcosa… Ho da mandare un articolo a Unimondo.org, ho da registrare l’editoriale per “Reflex”, il settimanale di Radio Incontri Cortona e da scrivere qualche nota come questa…

Ho appena acceso il pc che sento l’aereo atterrare… dall’altra parte padre Giovanni mi urla: “Se non sei pronto, perdi l’aereo!”.
Dopo dieci minuti siamo al campo di volo… Mentre corro verso l’aereo gli addetti mi prendono la valigetta rimanente, di tre con cui sono arrivato, e la imbarcano, mentre un altro mi fa salire in cabina di pilotaggio: “il tuo posto è a fianco del pilota!”… Mi viene da ridere…
Da giovane avevo pilotato il Piper-idrovolante sul lago di Como… ora, se ci fossero stati problemi avrei avuto la forza e il coraggio di prendere io in mano la cloche? Dieci minuti per rivedere i comandi e mi sento a casa... Se anche il primo pilota dovesse stare male… Per fortuna mia, del pilota e della quindicina di passeggeri, è andato tutto a regola…
Certo che da cinquanta anni a questa parte i comandi non sono cambiati molto, ma la strumentazione non finisce più!
Arrivo a Juba contento e felice del breve volo, ma non mi aspettavo di dover fare oltre un chilometro a piedi per arrivare all’uscita…
Quando arrivo alla casa dei Padri Comboniani mi rifocillo, doccia e cena. La camera mi sembra quella di un hotel a 12 stelle… altro che Grillo! Il letto mi aspetta poco: ci casco e dormo per dieci ore filate, fino a quando la sveglia non mi ci tira giù.

Quando sono arrivato a Juba, per prima cosa ho saputo della morte di un padre Comboniano sud-sudanese che conoscevo bene e che, un mese fa, avevo visto e salutato, ma mi era apparso in condizioni pessime… Venerdì trascorre nella scelta del posto per la tomba, in una delle prime missioni del Sud Sudan, a Rajaf, pochi chilometri da Juba, lungo il Nilo; poi l’arrivo della salma dall’ospedale di Gulu, in Uganda; i discorsi, i parenti, le urla, gli svenimenti, il folklore annesso alla cerimonia, il lato religioso, la preghiera e la veglia notturna accompagnata dalla musica religiosa locale, guidata dal tamburo; sabato mattina ultima benedizione, ultima preghiera, poi il funerale nella grande chiesa parrocchiale e al cimitero… Non partecipo, sono ancora stanco e con sintomi che ancora consigliano riposo e… vicinanza al bagno!

Dopo la partenza della salma per la cerimonia finale tutto si calma, tutto rimane per due giorni in silenzio e si può riposare e meditare tranquillamente. Per fortuna i Comboniani non hanno impegni di parrocchia!





sabato 13 febbraio 2016

6 – Il territorio e la sua vita



La scorsa domenica, al pomeriggio, padre Giuseppe Parladè, un anziano padre spagnolo, di Siviglia, mi invita ad accompagnarlo in un villaggio a circa 30 chilometri per farmi vedere dove lui vive buona parte della missione e un paio di chiese in villaggi sparsi.
La strada è sempre in mezzo alla savana, lasciando appena intravvedere le cime dei tetti di erba dei tucul, per il resto qualche capra, qualche persona che va a piedi portando legna o acqua o altro, con un andamento lento, dovuto anche al caldo, ma soprattutto alla convinzione che il tempo e la vita vanno avanti senza bisogno del nostro impegno assiduo e stressante per noi stessi.
Il primo villaggio è costituito da una ventina di capanne, una chiesetta, una piccola casa in muratura (una camera e niente più) per il padre e un servizio igienico esterno, sempre in muratura… Qui passa molte notti padre Giuseppe.
Il prossimo villaggio, Nyang, lo troviamo dopo aver superato un accampamento di soldati dove si vedono i cingolati passati al mattino, mentre Padre Giovanni celebrava la messa al villaggio dei lebbrosi. Anche qui una bella cappella, una camera e una toilette in muratura per il padre Giuseppe. La chiesa è arricchita da una bella pittura che un artista locale sta terminando.
Come sempre ed ovunque qui, Cristo e tutti i personaggi delle Scritture sono neri ed è bello vedere l’ambientazione tra palme e tucul…

La settimana passa veloce: è l’ultima serie di lezioni e pratica, foglio elettronico, presentazioni, ripasso, internet…
Sabato pomeriggio però, mantenendo l’impegno della scorsa settimana, padre Pedro mi accompagna al “cattle camp” a fare le foto. Se non ci fosse lui a trattenere e organizzare i bambini avrei fatto foto solo a loro, che, ovunque mi giri, mi si mettono davanti per farsi riprendere in pose guerresche e di lotta… uno spettacolo nello spettacolo di questo campo, quasi al tramonto, tra la cenere e la sabbia, le vacche, qualche cane, qualche capra, tanti bambini, qualche anziana, e diverse splendide ragazze che attendono alle faccende domestiche: cucinare, pestare il mais bianco per fare la polenta (“sida” in lingua dinka) e allattare i figli…
La fotografia (“sura”) attrae tutti e tutti si vogliono far fotografare, ma solo dopo essersi “truccati” con la cenere… ne nasce un “album” che vedrò, in qualche modo e con l’aiuto di qualche amico, di pubblicare…

Domenica dedicata alla preparazione degli esami che si tengono martedì e mercoledì, con la consegna, nel pomeriggio, dei famosi “certificati”.
Gli esami vanno come da copione… tre che riescono ad emergere (due studenti ed un insegnante), gli altri che seguono a distanza e due o tre che proprio non riescono a quadrare, ma a cui rilascio un certificato di presenza e di risultato sufficiente. Tra questi il direttore della scuola primaria, che alla fine chiede a me e a padre Giovanni (io ho evitato di rispondergli) come mai non gli è stato dato il massimo dei voti, data l’anzianità…






La situazione politica è in evoluzione, come da tempo, un giorno avanti e due indietro, ma la speranza che si arrivi ad una conclusione positiva cresce, quasi alla stessa velocità della svalutazione e della fame… Nei prossimi giorni si attendono evoluzioni positive…
Come sempre dobbiamo sperare…



giovedì 4 febbraio 2016

5 – La vita oltre la scuola




Tra sabato e domenica sono riuscito, con la collaborazione dei padri Comboniani, a fare alcune “visite guidate” molto particolari ed interessanti.

Sabato pomeriggio ho chiesto a padre Pedro se volesse fare una passeggiata (so che a lui fa piacere camminare ed io ne sento la necessità: stare in piedi sei ore al giorno non mi piace, ma lo faccio, ma camminare è ben altra cosa!).
Risposta affermativa, “ma non andiamo verso il mercato, andiamo verso fuori..”; risposta affermativa: “non ho da fare shopping, oggi!”.
Ci avviamo sulla “strada nazionale” che va, alla lontana, a Rumbek. Chiacchierando si fa presto… dopo un paio di chilometri, vediamo del fumo: i pastori di un accampamento di vacche stanno bruciando le sterpaglie dopo il passaggio degli animali, per far crescere meglio, dicono loro, l’erba per la prossima stagione. Continuando a chiacchierare fra noi, ma anche con i passanti che salutano e che sono quasi tutti pastori che stanno andando o tornando dal mercato, arriviamo al “cattle-camp”: lo spettacolo è surreale…
Le vacche stanno rientrando, siamo quasi al tramonto, e le donne e i giovani stanno legando i vitellini; le anziane preparano i fuochi per cuocere la cena, unico pasto quotidiano, gli altri sono con la mandria.
Parlando con qualcuno dei “capi” o presunti tali, mi autorizzano, direi che mi invitano, a tornare per fare qualche foto.

La terra è cenere mista a sabbia, i bimbi sono seminudi e con il corpo e la faccia interamente sbiancati dalle cenere… bellissimi e apertissimi a stringere la mano dei “bianchi” o a toccare le mie braccia, pelose come le loro capre… Le poche donne sono intente ai lavori domestici. Le “case” sono costituite da stuoini posti a terra, mentre quattro o sei pali sostengono il tetto che è un altro stuoino: all’interno, si fa per dire, due letti grandi senza materassi ma con qualche coperta, su cui tutti i componenti della famiglia dormono, sognano, fanno l’amore e fanno figli… ce ne vogliono tanti per continuare l’etnia, il gruppo e tramandare le mandrie… troppi muoiono presto, per la cattiva alimentazione, per l’AIDS che si tramandano, per gli incidenti che noi chiameremmo “domestici”, legandoli al concetto di casa (“domus”) tipicamente nostro.
Ho qualche foto “di repertorio”, ma andrò a farne altre…


Non faccio in tempo a metabolizzare le scene del “cattle-camp”… dormo benissimo, ma nel cuore rivedo le scene e penso agli impossibili paragoni con l’Europa, l’Italia, l’Occidente opulenti e spreconi… Ripenso alle foto che voglio fare e che farò…

Domenica mattina padre Giovanni mi invita ad andare con lui, dopo la messa in inglese, in un villaggio a circa 15 chilometri: deve dire la messa in un piccolo villaggio di poche capanne, qualche vacca e uomini e donne lebbrosi, anche loro con un notevole numero di bambini che potrei definire “ancora sani” 
Ora la lebbra si cura: tutti vanno periodicamente a farsi visitare e curare all’o-spedale di Yirol, dell’associazione padovana “CUAMM – Medici per l’Africa”, diretto dalla dottoressa Arianna e gestito anche da altro personale italiano e locale.


Mentre qualcuno degli uomini e qualche giovane preparano la messa, le donne stanno cucinando: preparano la “birra” locale, fatta con mais bianco, sorgo e altro, per noi quasi imbevibile.
In una capanna una ragazzina e una anziana si stanno vestendo: mettono il vestito per la messa… colori sgargianti, fazzoletti coloratissimi in testa e bambini in braccio…
In tutti si vedono le lacerazioni del corpo, le deformazioni degli arti, ed in tutti si vede la voglia di vivere, il desiderio di stringere una mano, il bisogno di una parola… ripenso al bacio al lebbroso di san Francesco…

La messa, come sempre nei villaggi, ma qui in modo ancor più evidente, è molto sentita: si prega tutti, si balla tutti, si accompagnano i canti con la danza del corpo e delle mani. Senza esagerazioni: non è una messa devozionale o superstiziosa, ma una manifestazione di ringraziamento al Padre Eterno, senza troppi interrogativi teologici o filosofici, ma con una fede grandissima…

Si prega soprattutto per la Pace. Mentre fuori dalla chiesa, lungo la strada a cento metri, passano un paio di cingolati che trasportano truppe e sussistenza.
Sì… bisogna proprio pregare… gli “uomini” che stanno cercando le soluzioni per  una pace seria sono gli stessi che, a casa loro, producono le armi con cui questi si ammazzano… che interesse possono avere affinché si raggiunga davvero una Pace durevole? 
Chi vivrà vedrà...



sabato 30 gennaio 2016

4 – La Pace sembra avvicinarsi…



Martedì grande festa ad Yirol! Finalmente, dopo tanti rinvii, ripensamenti e discussioni, è arrivato il nuovo governatore della nuova contea… Chiusi tutti i negozi, esclusi bar e ristoranti (uso i termini occidentali ma con un’accezione assolutamente diversa!) e anche io ho lasciato a casa gli insegnanti che fanno il corso al pomeriggio, per farli andare alla presentazione del nuovo rappresen-tante del governo.
Un passo a vedere l’ho fatto anche io, con padre Pedro. Cinque ore di discorsi di tutti coloro che ricoprono un qualsiasi incarico e che quando hanno in mano un microfono sanno quando iniziano ma non prevedono la presenza di ulteriori oratori… Intanto a cinquanta metri i pastori “dinka” trattavano le loro vacche e le loro capre, fregandosene totalmente del governatore e dei suoi chiacchieroni più o meno ufficiali.
Alla fine dei discorsi, verso le 17, pranzo ufficiale in una struttura destinata ai giovani ed ora precettata come residenza provvisoria del “big boss”. Gli altri si divertono a ballare e cantare… mangeranno qualcosa stasera al buio: così non si accorgono di quanto poco c’è nei loro piatti, oggi che qualcosa c’è…

Un segno di pace è stato l’arrivo del governatore. Un altro, forse più forte, è il fracasso dei “big tanks” (autocisterne articolate) che attraversano, dalle 5 del mattino fino verso le 23, il villaggio: la nostra comunità è a circa 100 metri dalla strada, ma ci sono alcuni “bumps” (dossi rallentatori) vicini, che contri-buiscono notevolmente a farli rallentare, saltare e poi ripartire con il gas al massimo: una musica un po’ “heavy metal” accompagnata da una quantità industriale di polvere rossa che entra nei polmoni…
Dietro il passaggio di queste enormi cisterne si avverte il nuovo inizio della vita produttiva… tornano dal nord del paese, dove i pozzi di petrolio sono ancora chiusi, ma in riparazione, e vanno a riempirsi in Kenya, Congo ed anche in Uganda, almeno fintantoché il presidente Museweni non deciderà di passare dalle parole minacciose ai fatti, visto che il Sud Sudan non paga i debiti fin qui contratti verso l’amico (mi sembra molto ex!) ugandese. E qui un po’ di paura potrebbe anche venire: l’Uganda, piccolo paese equatoriale, ha uno dei maggiori eserciti del continente africano e, quasi sicuramente, ha ancora truppe schierate proprio in Sud Sudan… Durante i colloqui per trovare una soluzione pacifica alla guerra civile in atto, l’Uganda era stata invitata a far rientrare le sue truppe nei propri confini, ma la risposta era stata un “no” molto secco: “dobbiamo difendere i nostri interessi in Sud Sudan!”…

I due corsi di informatica proseguono di buona lena ma con risultati abba-stanza alternati: i giovani del mattino si impegnano alla morte e sono bravi; gli insegnanti non sono disposti a perdere il loro tempo per imparare… come ho già detto, essendo insegnanti, devono insegnare… cosa non è dato sapere, visto che il computer non lo hanno mai visto né usato!

La vita in comunità procede bene, i missionari lavorano tutti molto e accolgono diversi ragazzi a fare lavoretti di tutti i generi, dal giardinaggio alla muratura alle piccole commissioni, tanto per non regalare loro il mangiare o la retta scolastica… Il mangiare è sempre buono, anche se articolato su un menu più o meno settimanale. Praticamente per una settimana si mangia una serie di piatti e poi la settimana dopo si cambia qualcosa: i fissi sono, come sempre e ovunque, riso e polenta di mais bianco (in Uganda c’è quella di banane planten, in Centrafrica di manioca e così via). Poi si aggiunge qualcosa di calorico (lenticchie o fagioli o ceci) e, se ci sono, pane, frutta o tonno… Un paio di volte alla settimana c’è anche una pastasciutta favolosa o la carne o, come stasera, il pesce del fiume affumicato, ottimo!
Niente di cui lamentarsi. Poi, se si ha fame, ci sono i soliti biscottini indiani o kenyoti ricchi di glucosio (alla faccia di noi occidentali!).
La colazione invece è a base di caffè (tostato in casa, all’italiana) o thè ugandese, poi latte condensato, di cui io non considero nemmeno l’esistenza, biscottini e a volte la marmellata. Mancano quasi del tutto le uova e, in questa stagione, anche le verdure scarseggiano assai, come la frutta. Ma padre Giovanni, per farmi stare bene, sta inventando di tutto: ha portato in tavola, un po’ per volta, papaya, bananine piccole, jackfruit e così via!

Il caldo torrido sembra sia passato e da un paio di giorni si dorme meglio, anche con un lenzuolo o una copertina… La minima oggi alle 7 era intorno ai 20°, ma la massima sale sempre intorno a 38°… Speriamo che la stagione delle piogge non arrivi troppo presto, ossia almeno fino a quando ci sono io!




sabato 23 gennaio 2016

3 – Al lavoro



Domenica pomeriggio padre Pedro, dell’Ecuador, mi invita a fare una passeggiata verso il centro del villaggio, il mercato, la vita… Così scopriamo che i pastori Dinka, ormai a fine stagione, si stanno sfidando nella nobile arte marziale dell’”Ayyang”, la nostra lotta greco-romana, l’americano “wrestling”.
Mi tornano in mente le belle foto scattate quasi sei anni fa a Mapuordit, con ragazzi e ragazze truccati e nei costumi da battaglia e li rivedo con gioia dopo questo tempo di assenza. Qui la piazza in cui si svolge il torneo è molto grande e ci sono oltre duemila persone intorno a guardare e a fare il tifo. Padre Pedro e io non superiamo il metro e sessantacinque e siamo tagliati fuori dalla possibile visione di alcunché, ma i pastori e i giovani dinka (tutti oltre il metro e ottanta) sono felici di vedere i “bianchi” che partecipano e ci fanno largo per farci andare davanti a vedere…
Dopo aver visto qualche incontro, ringraziamo chi ci ha aiutati a passare, andiamo a dare un’occhiata al tramonto verso il lago e poi torniamo alla missione quando ormai sta venendo scuro.



Fine settimana in quasi completo relax, quindi, ma domani si comincia con la scuola vera e propria: una settimana quasi completa di teoria e le prime “toccate” di tastiera… E’ sicuramente la più difficile: la teoria senza la pratica è difficile, ma so già che, piano piano, capiranno ed accetteranno questa via.

Il gruppo del mattino, studenti delle superiori, sono disciplinati, attenti ed impegnatissimi a capire tutto, anche se, ovviamente, non tutti ci arrivano subito… Al pomeriggio gli insegnanti sembrano interessati ed attenti, ma presto mi rendo conto che, avendo fatto solo la scuola primaria, mancano delle basi di ragionamento che i ragazzi invece hanno. In più manca la capacità di adattamento al ruolo di studente: loro sono insegnanti e quindi io dovrei insegnare loro secondo i loro criteri di base, che però non hanno, non avendo mai partecipato a meeting, conferenze o altre sessioni di apprendimento… sono insegnanti e questo li qualifica!
Già al primo giorno due cellulari squillano ed un insegnante arriva tardi… il terzo giorno non arriva proprio… dal quarto ha cominciato ad essere puntuale… Speriamo in bene… Dopo tre giorni di questo andazzo, alla minaccia di espulsione, raggiungiamo un accordo: niente espulsione, ma sanzione di 5 scellini (10 cent di euro), per ogni “scorrettezza”: a fine settimana ho raccolto un euro dagli insegnanti e 10 cent dai ragazzi, ma questi sicuramente hanno capito che devono cambiare sistema!

La vita in comunità è sicuramente ottima: quattro padri Comboniani e un confratello al momento assente… Padre Giovanni Girardi ha organizzato il corso, voluto dalla comunità, con l’aiuto di fratel Jaczek (polacco) e sotto la guida di padre Joseph (spagnolo), che è anche il parroco… Poi ci sono padre Pedro e padre Boris, del Togo, molto giovane ed efficiente! Anche lui, come tutti i togolesi, lo prendiamo in giro perché, essendo la sua nazione lunga ma molto stretta, i campi di calcio sono messi longitudinalmente, una porta a nord e una a sud, altrimenti sarebbero una in Costa d’Avorio e una in Benin, gli stati confinanti… Ma lui lo sa bene e ci scherza anche lui!

Sul mangiare non ci si può mai lamentare… si mangia e a sufficienza! La scorsa settimana in tavola c’erano: polenta di mais bianco, riso lessato, ceci, e un brodo normalmente misto… ogni tanto si arriva ad avere anche il pane…
Questa settimana, invece, è iniziato il ciclo delle lenticchie al posto dei ceci…
Padre Giovanni, che mi sono conquistato portandogli un chilo di parmigiano, un panettone e due bottiglie di grappa,  cerca di non farmi mancare nulla…
Lunedì ha fatto fare le tagliatelle al sugo, martedì ha comprato il pesce di fiume e giovedì la carne… Fantastico! Ed oggi la sorpresa di fine-settimana… radicchio coltivato da lui, padre Giovanni e lavato e disinfettato con le sue mani: una scorpacciata con un po’ di aglio, cipolla, pepe nero, un pizzico di sale, olio extravergine europeo (della Coop)… certo non è quello del “Giglio”, dei miei padroni di casa, della Valdichiana, ma va benone!
Insomma… niente da dire… E poi “non si deve parlare a bocca piena”, diceva la mia mamma…

Poi ci sono le novità politiche, e meno male che non sono di guerra!
In questo fine settimana dovrebbe finalmente arrivare il nuovo governatore, che in realtà sono tre! In pratica la regione “Lakes”, che aveva capoluogo a Rumbek, è stata divisa in 3 parti ciascuna affidata ad un governatore, ma i 3 governatori non sono indipendenti: ognuno ha responsabilità anche sull’opera-to degli altri, così si pensa di ovviare alle rivalità tribali, qui assai poco sentite, in quanto siamo in una zona abitata solo dal popolo Dinka. Insomma… siamo sempre appesi ad un filo…

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Alla prossima "nota"!