Progetto INFORMAFRICA


Ridurre il "digital divide" portando la nostra CONOSCENZA
in modo ETICO e RESPONSABILE, ma non i nostri "modelli di vita"

sabato 15 aprile 2017

6 – Scuola, insegnanti e insegnanti-studenti - 170115


Il “St. Daniel Comboni College”, scuola secondaria (quindi “liceo”) di Kasaala-Luwero, conta circa 300 iscritti sotto le due forme di “diurni”, gli studenti che vengono a scuola per studiare e poi vanno a casa, e “interni” (“boarding”) quelli che dormono anche a scuola. Qui è normale così, per qualsiasi livello, dalla primaria in poi: sono tanti, troppi, i bambini e/o ragazzi, che non farebbero in tempo ad andare e tornare da casa; per non parlare di quei ragazzi che sono in casa in virtù della tradizione per cui se il genitore se ne va da casa, o muore o comunque lascia i figli, anche con la mamma, è molto meglio lasciarli come interni, che vengono seguiti giorno e notte, piuttosto che alla mercè di una vita senza controlli… In realtà la malavita qui è molto poca, anche perché siamo in una zona agricola, dove tutti si conoscono, e tutti si prendono cura degli altri, cominciando proprio dai bambini: ovviamente ogni medaglia ha il suo rovescio, ma qui di pedofilia non se ne parla proprio…

Il corso comincia di martedì, perché lunedi devo provevdere ad andare a Kampala a ritirare il proiettore, dono di “Informatici Senza Frontiere”, e qualche prolunga per sopperire al numero di pc portatili in rapporto alle prese esistenti.
Il problema dell’energia elettrica qui è forte: durante la settimana viene a mancare la corrente per tre giorni interi, dalla mattina alla sera… come detto la volta scorsa, ma certe ripetizioni spiegano anche che il mondo non è tutto come piace a Salvini, “Economia Alternativa”, associazione che appoggia i Padri Comboniani, ha provveduto ad una installazione di pannelli solari per circa 2KW, per cui si potranno connettere alla rete, anche altre aule che non consumano quanto la “computer room”…
Mancano solo alcuni pc che sono “per strada”, dovendo arrivare da Roma con mezzi propri (nelle valigie dei missionari che tornano dall’Italia): si inizierà con una parte di quelli della Scuola Tecnica che ce li presta fino alla fine del mese, cioè all’inizio dei suoi corsi.

Devo dire che, finalmente, questa scuola ha organizzato il corso per i propri insegnanti e per i propri dirigenti, quindi persone qualificate, almeno metà usano già il computer, ma vogliono e devono migliorarsi; quindi un corso per definire meglio la conoscenza del pc e il suo utilizzo, oltre a preparare gli insegnanti, con uno schema di lavoro altrimenti inesistente, a dare un senso logico a quelli che saranno i corsi annuali per gli studenti.
Il corso è del tipo “full immersion”: tre ore al mattino e due ore al pomeriggio sono sufficienti a sfiancare tutti… La mattina fa abbastanza fresco e si resiste, ma al pomeriggio il caldo torrido si fa sentire, nonostante le finestre aperte e l’ampiezza del locale… Ho fissato anche due break: al mattino di circa 30 minuti, con the bollente e manioca, preparato dalla direzione; al pomeriggio solo un quarto d’ora, ma sono solo due ore ed il break serve a risvegliarsi in caso di “sonno da digestione”.
In realtà non è che non si digerisce… la maggioranza non mangia nemmeno: mangeranno la sera a casa...
Io ho la fortuna che, essendo straniero, vengo trattato da principe: pranzo a casa del direttore, in salotto, come usa da queste parti.
I piatti sono, direi quasi ovviamente, gli stessi che girano tutta la settimana, ma sempre con qualche cambiamento (i fagioli ci sono sempre, come la manioca o il “pocho”, la polenta di mais bianco). Le patate, un giorno fritte, un giorno bollite con il sugo di pomodoro, matoke o pocho, fagioli, un giorno la frutta (ananas o jackfruit), un giorno un boccone di carne di vacca o di pollo, e così via… e mi danno anche la forchetta!
Non male, anche perché devo stare molto leggero per non addormentarmi mentre parlo!

Della strada di andata e ritorno ho detto… mercoledì pomeriggio, al rientro, sono sceso dalla moto e la superiora delle suore ha provato a farmi un complimento: “Paolo, sei ancora molto giovane!”; rispondo che sono molto stanco e non credo di essere così pimpante. Viene fuori la verità: “ma no, vai in moto e sei tutto coperto di polvere!”…
Dopo la doccia, obbligatoria, padre Giorgio mi dice, quasi in un orecchio: “… eri sepolto dalla polvere!”… loro non sanno che ho dovuto lavarmi a fondo occhi, orecchie e naso per togliere le croste della polvere…

Venerdì si decide di lasciare il sabato mattina a disposizione degli studenti per fare un po’ di pratica: non riesco ad impedirlo, ma pazienza… contenti loro…
Il problema è che due o tre molto bravi potrebbero andare avanti nel programma senza aspettare… staremo a vedere… Certo è che un corso accelerato di questo tipo non può prevedere “distrazioni” dal programma, che invece il “fare pratica libera” consente… Intanto io ho sabato libero!

E per finire un brevissimo aneddoto… In settimana scorsa avevo la “mosquito-net” molto corta e per diversi giorni al mattino dovevo dare la caccia a qualche zanzara entrata abusivamente a farmi compagnia. A metà settimana padre Giorgio mi ha dato una nuova rete, più lunga e più adatta al mio letto. Ottimo! La sera, prima di andare a letto do un’occhiata alla retina: fuori dalla rete, dal lato da cui entro nel letto, ho trovato un paio di zanzare che mi aspettavano… per entrare a fare cena a mie spese… povere, sono state assassinate senza pietà!




5 – Capodanno e oltre - 170110


Trascorso il Capodanno a Gulu, sono rientrato a Kasaala, dove la prossima settimana e fino alla fine di gennaio terrò il corso agli insegnanti della scuola secondaria dei comboniani.

Il Capodanno è stato quanto meno “normale”, nel senso occidentale del termine… Cena in famiglia allargata… poi le donne hanno finito i preparativi e le pulizie per far trovare la casa perfetta al nuovo anno, i bambini hanno continuato a giocare e guardare i cartoni animati alla tv, i “maschietti” hanno chiacchierato del più e del meno.
Allo scoccare della mezzanotte si sono visti i fuochi artificiali di Gulu (niente a che vedere con quelli di s. Ranieri a Pisa, per esempio)… poveri ma belli…
La bottiglia di spumante è stata sostituita da una bottiglia di vino dolce ugandese a 12°: vino di ananas e altri frutti, ricorda i vini passiti, ma molto da lontano… Pantelleria non c’entra per nulla… Ai bimbi e agli altri le bibite, a me il padre ha fatto avere una birra!
Cosa vuoi più dalla vita???

Alle sette del 1° gennaio la messa, tanto per non dormire mai troppo… Quindi passeggiata all’alba fino alla chiesa e poi, già con un bel sole, per ritornare…

L’ultima visita a Gulu vado a farla al centro “Comboni Samaritans Gulu”, dove qualche anno fa sono stato un paio di mesi a fare un’aula di informatica e il relativo corso per i docenti. Poi la scuola non ha proseguito il progetto, ma mi faceva piacere rivedere il direttore e, soprattutto, la suora comboniana che lo controlla: non è più suor Dorina, ora Provinciale delle suore comboniane italiane, ma suor Giovanna Calabria, che ha fondato questo centro molti anni fa e che avevo incontrato a Juba in qualche pellegrinazione. Accoglienza a dire poco molto calorosa. Bene. Nel negozietto dove vengono venduti i prodotti della cooperativa delle donne con handicap mi compro altri due piccoli presepi per la mia collezione…

Ancora due giorni di preparazione per il corso che terrò a Kasaala e poi l’arrivederci a Gulu, al suo mercato, alle sue strade polverose e alla famiglia che mi ha ospitato per queste settimane.
La bimba più piccola, Lala, tre anni a gennaio, ha finalmente famigliarizzato un po’ e ogni tanto, quando ha tempo libero dagli altri impegni, - l’abbiamo soprannominata “supervisor”, perché controlla sempre tutto e tutti - viene a giocare e a farsi prendere in braccio… ma non voglio esagerare, sapendo che mancano pochi giorni alla partenza…

Viaggio verso Kasaala ottimo, bus velocissimo ma prudente con un autista da cartolina: probabilmente somalo, nero, con la barba, in divisa ufficiale della compagnia, con un copricapo che ricorda quelli di Sandokan e dei personaggi dei racconti di Salgari e i guanti da pilota… bellissimo!

L’indomani, giorno dell’Epifania, telefono per ringraziare dell’accoglienza e mi dicono che Lala continua a girare per casa cercandomi e chiedendo a tutti se mi hanno visto e dove sono… L’ho conquistata!… ma mi dispiace molto sentire che mi cerca…

La scuola-college è pronta: i pannelli solari sono installati da tempo, grazie ai soci e benefattori dell’associazione “Economia Alternativa”, i tavoli e le sedie ci sono, i pc, regalo di “Informatici Senza Frontiere”, anche. Faccio la “selezione” degli insegnanti che parteciperanno… ne scelgo nove perché tre posti vanno al direttore, alla segretaria ed al responsabile contabile che vogliono (e ne hanno bisogno) di approfondire la conoscenza. Il corso sarà un corso di base, ma per loro vuol dire fare un passo di venti anni e più: conoscere come è fatto e funziona un pc, cosa è un sistema operativo, usare la video-scrittura e il foglio elettronico o imparare a preparare le diapositive per una presentazione è basilare. In più faranno anche un po’ di pratica, visto che non hanno la possibilità di avere un pc personale…
Lo stipendio di questi insegnanti, e parliamo delle scuole superiori, va dai 200 ai 300 mila scellini, pari a 60-90 euro… Un pc portatile costa circa 300 euro…

Il corso, che non è gratuito, viene fatto pagare 40 mila scellini, circa 11 euro, per dare un valore che non sia alto, ma perché così sono tutti impegnati al massimo. Pagamento in due rate… la prima e la seconda settimana…
E’ un impegno che si prendono investendo sulle loro capacità personali!
Ovviamente il ricavato va a coprire i costi del corso (certificati, stampe varie, il mio trasporto quotidiano, ecc.).

Ecco, il trasporto quotidiano… La scuola dove tengo il corso è ad otto chilometri dalla comunità. Padre Giorgio mi aveva offerto l’auto per andare e tornare, ma io qui non intendo guidare: basterebbe che urtassi un bambino e sarebbe la volta che qualcuno mi fa la pelle… Si decide di fare un accordo con un “boda-boda”, la moto-taxi, che mi verrà a prendere tutte le mattine e mi riporterà indietro nel tardo pomeriggio, alla fine delle lezioni. Ottima decisione…

La strada è tutta sterrata e stretta e quando si incontrano auto o camion in senso contrario ci si deve buttare fuori strada per non fare scontri frontali, in compenso si viene coperti di polvere rossa…
Il mio “taxi”, provato nel primo percorso per un sopralluogo all’aula, ha deciso di non farmi prendere troppa polvere: faremo un percorso misto, tra strada sterrata e sentiero nella foresta di piante tropicali… mancano solo i leoni…
Così avrò la gioia di fare 25 minuti di motocross al mattino ed altrettanti al pomeriggio…

Passata la Befana, le feste se ne sono andate, i nostri bimbi tornano a scuola, quelli ugandesi cominciano a fine mese il nuovo anno scolastico, dopo due e mezzo di vacanza: nei mesi da ottobre a gennaio, stagione delle piogge, è difficile arrivare anche a scuola…




4 – Un incontro “speciale” - 170105

La scorsa settimana sono stato a parlare con i “padri comboniani” che sono a Layibi, una frazione a circa tre chilometri dalla città, verso sud. Hanno una scuola professionale molto valida, e poi una scuola per “postulanti”, oltre alla parrocchia e ad una scuola secondaria passata ora allo Stato.
Motivo primo della visita era di salutare padre Luigi Gabaglio, comasco, amico di famiglia, e poi cogliere l’occasione per vedere che necessità ci sono per la loro scuola. Così ho anche incontrato ancora una volta fratel Konrad e padre Raymundo che sono qui da diversi anni.

Nei giorni prima della partenza avevo visto su Facebook che i miei amici bolza­nini del Centro Pace, diretto dall’amico Francesco Comina, e quelli dell’Eremo di Ronzano, dei padri “Servi di Maria”, avevano avuto la visita e la presentazione di un libro di suor Rosemary Kyirumbe, ugandese, famosa per diversi premi presi per il suo impegno nel recupero psicologico, morale e civile di ragazzi e ragazze rilasciati o scappati dall’esercito di Joseph Kony (LRA - “Lord’s Resi­stance Army”… Armata di Resistenza del Signore, nel senso del padre eterno, ma forse più nel senso del sig. Kony, criminale al livello di Al-Baghdadi, capo dell’ISIS!). La notizia di questo giro di presentazioni mi aveva incuriosito, dato che stavo per venire in Uganda e, nonostante la conoscenza di moltissime per­sone, non avevo mai sentito parlare di questa “suora miracolosa”…

Durante l’incontro con padre Luigi, mi dice che nei giorni prossimi è impegnato con suor Rosemary, che ha la sede a Gulu e che sta costruendo una scuola ad Endriani, un villaggio del nord-ovest; un’altra scuola l’ha già costruita ad At­tiak, piccolo centro a nord di Gulu, dove si dividono le due strade che portano al Sud Sudan. Potrebbe essere utile, e forse necessario, un aiuto per inserire nelle due scuole l’aula di informatica, preparando anche gli insegnanti: il mio mestiere attuale…
Credo proprio che “Informatici Senza Frontiere”, l’associazione di cui faccio par­te, potrebbe essere interessata a questi due nuovi progetti…
Faccio due più due e gli chiedo di incontrarla al più presto, essendo in sede ra­ramente… appuntamento fissato per l’indomani, 30 dicembre: un incontro che fa diventare anche il 2016 non uno dei peggiori, almeno per me!

L’incontro con suor Rosemary è cordialissimo e la presenza di padre Luigi facili­ta ovviamente il tutto. Dopo una breve chiacchierata di conoscenza reciproca, registro una bella intervista per “Radio Incontri InBlu” (www.radioincontri.org / Volontariando), poi parliamo dei suoi progetti e delle possibilità di collaborazio­ne. Speriamo che ISF accetti le proposte che verranno…

Tra novembre e dicembre ho incontrato, sempre per interviste per “Radio In­contri”, tre persone eccezionali: Chaimaa Fatihi, ragazza italo-marocchina, stu­dentessa di legge all’Università di Modena, che ha scritto un libro contro l’ISIS (“Non ci avrete mai!”) il giorno dopo l’attentato di Parigi al “Ba-ta-clan”; poi il dottor Pietro Bartolo, medico di Lampedusa, autore prima di tutto di moltissimi salvataggi in mare ed in ospedale, e, con Lidia Tilotta, del libro “Lacrime di sale”, da cui il film “Fuocammare”, che lo vede interprete protagonista; e infine suor Rosemary Nyirumbe… Veramente incontri che, se da un lato ti fanno com­muovere, dall’altro riempiono il cuore di gioia per sapere che ci sono persone disposte ad impegnarsi in tutto e per tutto per gli altri, per la pace, contro le guerre e contro il “male” in genere.
Ne esco cresciuto e aiutato a proseguire nel mio volontariato e nel mio impe­gno civile.

Suor Rosemary ha costruito a Gulu il “Centro Santa Monica”: una bellissima scuola di cucito per le ragazze in “recupero”. Producono borsette e tanto altro… ma la suora spiega ridendo che prima ha dovuto imparare lei a cucire e a lavo­rare, poi ha dovuto insegnarlo alle altre suore, perché loro non sapevano fare nulla se non la cucina, la pulizia della casa e le preghiere… Alla fine della spie­gazione mi mostra una borsetta cucita con pezzi metallo ricavati dalle armi di­strutte e da rifiuti riciclabili di vario genere; poi mi fa vedere i premi ricevuti in Italia e dalla CNN e, prima di lasciarmi, mi regala una copia firmata del libro “Cucire la speranza” (EMI), scritto da due americane sulla sua storia ed il suo progetto.

Al termine dell’incontro, per verificare la validità dei progetti, riusciamo a par­lare in diretta con Francesco Comina, a Bolzano, che, subito dopo pubblica un post su Facebook: inutile dire che questo incontro e questa pubblicità devono servire per aiutare suor Rosemary nei suoi progetti.
Il progetto della scuola di Endriani è per una scuola secondaria di agraria: han­no già comprato qualche ettaro di terreno e 24 vacche. Ora cominceranno a costruire la scuola, ma qui si costruisce velocemente e non è zona sismica…
potrebbe essere tutto pronto per l’inizio dei corsi fra un anno…

Spero proprio che tutti i miei Amici collaborino a questo progetto… magari riu­sciamo a “regalare” alla scuola di Endriani una dozzina di pc portatili ed anche un mese di corso per i loro insegnanti…



3 - “Arte culinaria” in Uganda... 170103


Descrivendo i primi giorni di permanenza a Gulu, qualche amico ha obbiettato che mangio troppo… forse, ma non credo… penso piuttosto che, se troppo è, si tratta di un “troppo” legato alla quantità di cibo, e non alle calorie ed agli altri valori ingrassanti…
Questa “maldicenza” mi suggerisce però di scrivere questa “nota” sulla cucina ugandese e le abitudini culinarie locali: roba che Cracco e la Clerici sono due dilettanti allo sbaraglio…

Prima di parlare dei piatti… occorrerebbe avere una “cucina”, luogo in cui si cuoce, si lavano i piatti, ecc.
Le case moderne, non capanne, hanno spesso anche l’acqua e la corrente elet­trica ed hanno anche il locale “cucina”… ma non hanno la classica cucina a gas!
Davanti o dietro casa (o capanna o “tucul”) si pongono tre o quattro sassi ed al loro interno si metterà il carbone per cuocere, sopra la pentola, di solito zincata e grande… Questa è la “cucina”…

La casa in cui mi trovo, appena finita, ha due bagni, un serbatoio dell’acqua, la corrente elettrica, quando funziona, la strada, quando è percorribile, e l’acqua corrente, anche lei legata all’imponderabile! La cucina domestica non funziona ancora, ma c’è una bombola media con un fuoco da campeggio. Fuori un bel fornello di ferro, che funziona a carbone, e su cui si cuoce di tutto. Per fare la pastasciutta ho dovuto prima cuocere il sugo e poi l’acqua e la pasta…

Entrando nel discorso dell’”arte culinaria”, si può cominciare con il dire che i piatti di uso comune, quotidiani, del popolo dei villaggi e della tradizione popo­lare (quindi al di fuori di quanto si trova nelle grandi città) sono relativamente pochini.
Il pasto tradizionale è fatto di una polenta e un “contorno”, se possiamo chia­marlo così, o di un secondo e un contorno di polenta.

Le “polente” sono diverse. La più tradizionale, in Uganda, è il “matoke”. Si ot­tiene bollendo le banane planten in acqua, fino a che non è possibile schiac­ciarle: a questo punto si toglie l’acqua, si schiacciano fino a diventare come la nostra polenta, e si serve bollente. La variante dei villaggi meglio forniti è di cuocere le banane dentro la foglia del banano, che dà maggior sapore. Altra polenta è l’”ugali”, fatta con la farina di mais bianco o di miglio, chiamata “po­cho” dai giovani.
I sostituti delle polente sono il riso, usualmente stracotto, o la “cassava”, che da noi si chiama “manioca” (ma è sudamericana), che viene servita lessata o fritta, oltre alle onnipresenti patate bianche o rosse (dolci), che si fanno lesse o fritte, per fare un regalo ai bimbi anche cresciuti, che le adorano, come dovun­que, con il “ketchup”…
Oltre a questo c’è il sugo di noccioline (“grounades”), che serve per condire il matoke o quant’altro: è una specie del burro di noccioline, integrato con pomo­doro, cipolla e qualche altra verdura, oppure così com’è.

Quello che ho chiamato contorno e che dovrebbe essere chiamato “secondo”, se ci fosse un “primo”, può essere carne di pollo o capra, raramente di maiale o, ancora più raramente, di vacca. A parte la carne, che è comunque rara, ci sono i fagioli, le lenticchie, il pesce, verdure di stagione.
La cosa da ricordare è che quanto si cuoce viene lasciato sul fuoco per molto tempo, perdendo quindi molti valori nutrizionali, positivi o negativi che siano.

Il pollo viene cotto lesso, quasi a tempo indeterminato; la capra può essere fatta con il solito sugo di pomodoro, cipolla e quant’altro; la vacca viene cotta a lungo, tagliata a pezzi con il machete, tanto che alla fine è tutta dura uguale, ossa e carne…
Merita un discorso a parte il pesce. Affumicato, secco, nero, odorante di sale e fumo, al mercato non fa un bel vedere, ma a tavola, fatto bene, è ottimo! Vie­ne asciugato bene al fuoco, poi viene pulito e cotto nel sugo di pomodoro o servito con la “grounades” (il burro di noccioline) semplice, oppure con la cre­ma di noccioline, cotta con pomodoro, cipolle e altro…

I dolci sono pochi e si trovano dal fornaio… solo “plumkake”, alla banana, o alle carote, o ad altro…
Poi ci sono i “mandassi”, una specie di “krapfen” o “bombolone”, molto buoni, ma senza lo zucchero sopra o la crema dentro, e i “ciapati”, una pastella fritta abbastanza sottile, che è fatta come gli austriaci “palachinken”, che però si tro­vano in Friuli e in Slovenia… Io ci metto la marmellata e li arrotolo… qui non ci si mette nulla ma viene mangiato come il pane…

… e per finire la frutta, regina della salute dei ragazzini e adolescenti…

I più diffusi frutti ugandesi sono: papaya, o “popo”, ananas, banane (piccole e dolcissime) o medie, come quelle sudamericane che arrivano ai nostri super­mercati, ma piene di sapore; il mango, saporitissimo, è soggetto alle due sta­gioni. Infine un frutto molto particolare, il “jackfruit”, un frutto molto grande e pesante che è composto da molti frutti al suo interno: pulito bene ha un sapore dolce ma non troppo, e, comunque, molto gradevole.

Per finire sorridendo… In settimana mi hanno chiesto se volevo la pasta… ho accettato con la condizione che la sua cottura sarebbe stata mio compito, tanto per mangiarla, se proprio non al dente, almeno non stracotta!




mercoledì 28 dicembre 2016

2 - Natale a Gulu



Il primo Natale trascorso in Africa, nel 2010, ero a Mapuordit, in Sud Sudan, fu indimenticabile: la messa di mezzanotte in una chiesa ancora da costruire, con due torce a batteria per fare un po’ di luce alla gente e al vescovo Mazzola­ri che celebrava, e un piccolo presepe a fianco dell’altare. Poi la passeggiata verso il villaggio, con le piccole torce personali.
Altro che luminarie, come le luci esasperanti che mi accolsero a Fiumicino tre giorni dopo, all’alba del 29 dicembre...

Gulu è però una cittadina commerciale, ugandese e non sud-sudanese, attivissima, ma sempre senza luminarie, anche perché qui la corrente manca almeno tre o quattro ore al giorno nei giorni normali… e io vivo a circa cinque chilometri dalla città, nella realtà di una periferia vasta e scarsamente abitata, nella campagna (il “bush” della savana), e qui la corrente elettrica manca ancora più spesso. Le luci sono rare e le strade rosse non sono illuminate, mai.

La famiglia che mi accoglie è una “grande famiglia”: genitori poco più anziani di me, sette figli ed un numero imprecisato di nipoti e nipotini, sparsi in diverse case abbastanza vicine tra loro.
Il padre, nonostante l’età, insegna ancora maternità all’ospedale, dopo aver collaborato per molti anni con gli ospedali comboniani e quelli del CUAMM; una figlia continua lo stesso lavoro; gli altri hanno le loro attività. I figli più lontani sono rientrati per la festa. Quindi la festa si trascorre tutti insieme, volontari, ospiti e famiglie, anche se, almeno per i pasti, ci si divide in almeno tre case diverse!

Per problemi organizzativi si va alla messa delle 7 del giorno di Natale, tanto quella della vigilia sarebbe alle 18… Quindi ci si muove mentre “l’aurora di bianco vestita” introduce il sorgere del sole, ed il primo raggio ci raggiunge all’ingresso in chiesa, dopo una passegggiata di una mezzoretta…
Alla fine della messa, come si usa qui, soprattutto nelle piccole comunità, ma questa è una grande parrocchia, vengo chiamato a presentarmi… assolutamen­te impreparato e distratto io, il vicino mi dice che tocca a me… Così brevissima presentazione (nome, provenienza, motivo della visita) per lasciare il posto agli altri, che ora sono attentissimi! Quasi ovviamente, all’uscita di chiesa mi trovo a stringere circa duecento mani che mi vengono a salutare ed augurare un buon Natale… Il prezzo della “fama”… (?!?)…

A pranzo siamo poco meno di una decina, il padre mangia con noi, credo per farmi compagnia, data l’età, e poi qualche mamma con piccolini al seguito.
Il pranzo di Natale è “quasi speciale”, ma non capisco bene la differenza, forse proprio nella compagnia… Mi sono fatto notare già qualche giorno fa preparan­do una semplicissima insalata mista di ortaggi, così mi chiedono di replicare: ho comprato in settimana un litro di “olio extravergine italiano di olive CEE” (una cosa che in Italia mi sarei vergognato come una scimmia), ma qui non piace a nessuno, per cui la condiscono con la maionnese industriale…
Poi pollo lesso con un sugo saporito, patate lesse, fagioli, papaya, cocomero lo­cale e omelette alla marmellata! Nescafè. Ecco un altro motivo per vergognar­mi… sarebbe meglio rinunciare!

A cena viene a farmi compagnia uno dei figli, che abita nella casa a fianco, e sempre un paio di sorelle con figli: si mangia ciò che arriva da una delle altre case: pollo arrosto e patatine fritte, per la gioia di tutti, ma soprattutto dei bimbi, ma con il “ketchup”… mi offrono anche una “Guinness” scura, esporta­zione: ne bevo solo metà, il resto lo tengo per domani; forte e ottima, ma per me è alcool, dopo tre settimane di astinenza da alcoolici!
Con la birra il discorso diventa molto interessante, almeno per me: si comincia a parlare di politica, in Italia e Uganda, e si finisce dopo un paio di ore… Mi­chael è un “fan” del partito di opposizione: sembra che ci siano molte attinenze tra i nostri paesi, i nostri politici e la corruzione generalizzata…

Per santo Stefano si replica, più o meno: a pranzo si mangia leggero e si fini­sce il pranzo di ieri… ma a cena una nuova bella sorpresa: “matoke” e “grouna­des”… per capirci: polenta di banane “planten”, ma senza le foglie di banano, e crema di noccioline con qualche piccolo ortaggio: ottimissimo!! Si potesse re­plicare in Italia…

Da domani si riprende il lavoro, i contatti con i comboniani di Layibi, che hanno una delle migliori scuole professionali dell’Uganda, e i Comboni Samaritans of Gulu”, presso cui avevo fatto un’aula di informatica nel 2012…




giovedì 22 dicembre 2016

1 - Ancora in Uganda…

 

Arrivare ad Entebbe è ormai quasi come arrivare a Fiumicino… mi sembra di ri­conoscere anche le persone… ma riesco anche a valutare i vari cambiamenti, le migliorie che stanno apportando all’aeroporto, ormai tra quelli “buoni” per arri­vi e partenze intercontinentali… Ottimo… quindi… “Pronti?… Via!”…

Questo è il quarto viaggio a permanenza lunga, oltre qualche “scorribanda” dal vicino Sud Sudan, in questo splendido Paese, verde e ricco di acqua, colori, specie vegetali ed animali, ma anche ricco di persone rappresentanti etnie, co­lori, caratteristiche somatiche e lingue diverse.

I primi giorni li trascorro a Kampala, nella casa dei Padri Comboniani, sempre accoglienti e pronti a risolvere qualsiasi anche piccolo problema. Ritrovo gli amici, il padre Provinciale che sta per terminare il suo mandato, l’amministra­tore, piccolo come me, ma tutto pepe, e poi il vescovo di Moroto, padre Damia­no, italiano, comasco, e tanti altri.
Ma questi giorni sono da sfruttare per la programmazione di tutto il periodo di permanenza e lavoro, quindi alcuni incontri, tra sabato, domenica e lunedì me li metto subito in cantiere…
Sabato alle 12 appuntamento con i giovani francescani, che mi dovrebbero ve­nire a prendere per portarmi ad un loro incontro nazionale… Alle 15.30, dopo qualche rinvio di orario, rinunciamo e rinviamo…
Domenica mattina viene a prendermi padre Edwards, direttore dell’”Università dei Martiri Ugandesi”, scuola di formazione pre- e post-laurea in management, commercio e amministrazione. Un’oretta di ritardo tanto per non disabituarsi ed un incontro assai interessante: verrò a trascorrere qui i due ultimi giorni di permanenza per fare un breve “stage” sul foglio elettronico agli studenti del corso attuale, tanto per insegnare qualche piccolo trucco, qualche malizia da “vecchio utilizzatore”, per dar loro la possibilità di migliorare l’utilizzo dello strumento.
Alle 14 avrei un altro impegno, in centro, per consegnare una busta ad una persona… alle 16, dopo tre telefonate, avviso che non aspetterò oltre i quindici minuti… Dopo sette minuti arriva e si scusa… ma di che? Se era tanto vicino non poteva venire prima? “African time”…
Nel frattempo sono tornato a “pranzare” in una specie di self-service popolare che conosco: un bel piatto di riso lesso, fagioli e crema di noccioline, il tutto “innaffiato” (i benmangianti dicono così… o no?) da mezzo litro di succo di frut­ta mista, chiamato con sussiego “cocktail” nel listino… veramente ottimo!
Conclusione… in tre giorni ho accumulato pazienza per sei ore di ritardo com­plessive… non credo sia un record, ma va già bene…

Sfrutto l’arrivo di padre Giorgio, che mi ospiterà a Kasaala per il mese di gen­naio, per andare a fare qualche acquisto per il centro di Kampala e per portar­mi avanti con la marcia di avvicinamento a Gulu, prima tappa effettiva.
Così dormo due notti a Kasaala, prendendo posto della mia “nuova camera”, la­sciando tutti i bagagli più importanti, salutando coloro che già conosco, visitan­do la scuola dove lavorerò il prossimo mese, anche per accertarmi che vada tutto bene… Sembra tutto a posto. Speriamo che continui così.

Il viaggio per Gulu dura oltre cinque ore: sono circa 280 chilometri di strada ormai finita e molto buona, anche se “affollata” di biciclette, pedoni, motoci­clette e furgoncini per il trasporto locale di ogni genere: i famosi “matato”…

Arrivare a Gulu dopo due anni e mezzo fa quasi impressione: oltre alla strada ormai rifatta completamente, anche in città sono migliorate molte cose, altre sono semplicemente cambiate, altre si sono “perse”…
Il mercato, che era estesissimo e fuori città, ora è stato edificato ed ospitato in una struttura multipiano piuttosto moderna, anche se “cinesemente semplice”, in cui ogni banco ha circa 3 metri a disposizione e i cartelli che dovrebbero in­dicare i vari reparti sono stati messi in anticipo e poi tutto è stato organizzato diversamente… ma dove non succede?
Vado subito a comprarmi un nuovo paio di ciabatte fatte con i copertoni delle auto riciclati…

Per il “meteo”, tanto importante per gli occidentali, mi avevano detto che pio­veva ancora e che la stagione secca tardava… temo di aver portato il sole… ho visto per ora solo due temporali da lontano, nemmeno una goccia di pioggia e tanta polvere, proprio come nella stagione secca che ormai è arrivata…

Quindi caldo asciutto, qualche zanzara, qualche altro insetto, ma c’è frutta di ogni tipo, nonostante la stagione non sia andata molto bene… e ancora piutto­sto freschino la sera e di prima mattina…  Ottimo!



mercoledì 1 giugno 2016

4 – … e anche questa “missione” è finita


Ebbene sì… è già passato un mese dall'arrivo a Kimbondo, il 23 aprile… siamo al 21 aprile (il natale di Roma)… domani si riparte…

Ieri abbiamo consegnato gli agognati “Certificati”: un'attestazione di frequenza per il “primo corso di alfabetizzazione informatica”, ed un “Certificato” con va­lutazione per una parte dei partecipanti al corso sul “foglio elettronico”; gli altri hanno avuto anche loro solo un attestato di frequenza, visto che non hanno potuto partecipare nemmeno a metà delle lezioni.
Purtroppo qui devo lamentare una lacuna nella “direzione” nell'affrontare la formazione del personale: se si fa un corso di specializzazione per un piccolo numero di persone qualificate e da qualificare la direzione deve sapere che quelle persone non sono disponibili in quegli orari dedicati alla formazione stes­sa… invece troppe volte qualcuno è stato chiamato durante o prima delle lezio­ni a fare altre cose… d'accordo con le “urgenze”, ma purtroppo queste fanno ri­manere il personale al suo “livello di incompetenza” (come si leggeva all'inizio degli anni '70 su un famoso libro di Laurence J. Peter e Raymond Hull).
Questo era un primo passo, altri se ne faranno e sicuramente le cose migliore­ranno anche su questi piani di formazione del personale e sulla sua rivalutazio­ne.

L'ultima giornata congolese è stata dedicata ai “Padri Comboniani”, come d'uopo per chi come me collabora ormai da anni con loro…
Un autista viene a prendermi al mattino verso le 9.30 e, attraversando la città di Kinshasa, mi porta in un paio d'ore alla prima missione di Bibwa, fondata da padre Fernando Zolli, allora Provinciale del Congo, ora al centro comboniano di Firenze. Qui padre Elio, mi parla della situazio­ne congolese sotto i vari aspetti, politico, economico, religioso e dell'istruzione del Paese. Poi si pranza ottima­mente, anche se i padri continuano a scusarsi per la presunta scarsità di cibo: si mangia in realtà benissimo, all'africana, sen­za nessun problema…
La traversata da Kimbondo a qui ha mostrato diversi lati che mi erano anco­ra oscuri della città e della povertà economica di Kinshasa! Si passa da mercati periferici piuttosto ricchi di prodotti freschi a mercati sporchi, cresciuti e so­pravviventi nel degrado totale, capaci di farmi ricordare gli “slum” di Nairobi, ad altri mercati pieni di prodotti di tutti i generi ad altri ancora che forniscono solo qualche tipo di verdure o di alimenti… per poi arrivare alla traversata dei vialoni semicittadini, con i negozi, i “supermer­cati per bianchi” e così via.
Nel pomeriggio visita ad un'altra parrocchia, ex-missione comboniana e poi qualche ora di riposo alla sede del Padre Provinciale, quel padre Joseph, tanto gentile, che avevo intervistato per la “Radio Incontri” qualche giorno dopo il mio arrivo a Kimbondo.
In serata, la cena e la partenza alla volta di Casablanca, tappa di riposo e relax prima del rientro nel “mondo occidentale”.

Casablanca…

Humphrey Bogart con il suo “Borsalino” ed il fumo del “Rick's Bar”… le “opera­zioni” chirurgiche particolari… e tante altre suggestioni...
In realtà oggi Casablanca è una bella città moderna, piuttosto pulita e tranquil­la, soprattutto se paragonata ad altre città e capitali arabe, organizzata per i trasporti con un sistema misto efficiente: un metro-leggero per andare dal cen­tro storico al mare, i mini-taxi rossi a basso costo, i taxi bianchi che portano anche all'aeroporto e i bus di linea che traversano la città in lungo e in largo… Le auto sono moltissime, ma non ci sono motociclette e motorini ad in­quinare acusticamente e con le loro miscele la città, che, anche con l'aiuto del vento dell'Oceano, gode di un'aria quasi sempre ben respirabile…

Due giornate e due lunghe camminate…
La prima lungo la spiaggia popolare, lunghissima, dagli stabilimenti dai nomi americani e dal McDonald's, fino alla stazione di arrivo della metro-leggera, de­stinata evidentemente al popolo.
Pranzo in veranda in riva al mare… spiedini e un'insalata enorme… 5 euro…

Per chiudere in bellezza, la camminata nel cuore della città, partendo dalla ex Cattedrale del Sacro Cuore, ora sconsacrata; la visita alla grande moschea di Hassan II, terza per grandezza al mondo con il minareto più alto; il grande “suq” nelle stradine della vecchia Medina, che mi ha fatto rinascere, ricordan­domi molti posti che avevo già visto altrove…
Il “suq” di Istanbul, quello di Gerusalemme, quello di Sana'a, sono tutti simili… la gente vive per lavorare e lavora per vivere… Il passaggio dai mercati africani a questi arabi è veramente forte… qui si vede una civiltà, per quanto arretrata in confronto ai nostri centri commerciali, molto più umana ed anche affarista… qui la gente deve guadagnare e deve vincere una trattativa: qui non si compra se non si contratta… nessun arabo vende volentieri se non ha “spuntato il prez­zo che vuole” dopo una lunga trattativa…
Nel mercato africano la trattativa tra un bianco ed un nero è una bomba su un ospedale lanciata da un drone in cui perde la vita solo chi sta sotto… non si può trattare, anche se si dovrebbe… io non ci riesco… vorrei magari aggiungere qualcosa… ma anche questo sarebbe scorretto, perché figurerebbe offensivo della dignità del lavoratore…

Lezioni di vita del mondo vario, uguale e diseguale, in cui viviamo… nel mio piccolo con il dispiacere di essere bianco e quindi vincente… ma con la grande gioia nel cuore di poter sempre avere un margine per fare qualcosa di più per chi sta peggio di me, cioè quasi tutti…