Progetto INFORMAFRICA


Ridurre il "digital divide" portando la nostra CONOSCENZA
in modo ETICO e RESPONSABILE, ma non i nostri "modelli di vita"

giovedì 29 giugno 2017

13 – Nota di “non viaggio”


Ho lasciato passare quasi due settimane tra la prima “nota” e questa… ma so di aver impegnato tutti a cercare di raggranellare un piccolo aiuto per la “mia” scuola di Bukunda… Cominciano ad arrivare un po’ di soldini, ma c’è tempo! Vorrei concludere il progetto entro la fine di agosto, per poter far partire la scuola con la nuova struttura fin dal prossimo gennaio, quando qui cominciano le scuole.

Nel frattempo, tra una email, un comunicato su Facebook, compleanno ed onomastico, ho viaggiato attraverso l’Uganda, in orizzontale per cercare di arrivare in Congo…

La scorsa settimana ho ricevuto dall’Ambasciata del Congo a Kampala il visto per arrivare a quella che era la mia destinazione: sei ore invece di dieci giorni. Evidentemente si sono commossi… Peccato che la polizia congolese di frontiera non riconosca valido il visto rilasciato dalla sua ambasciata! Semplice, io sono cittadino italiano e il visto lo devo chiedere ed ottenere all’Ambasciata in Italia…
Così il viaggio a Rushere per il progetto di una scuola di informatica, continuato verso la frontiera tra Uganda e Congo e Rwanda si è tradotto in quattro giorni di viaggi in bus e permanenza presso missionari comboniani e parrocchie che mi hanno ospitato tutti amorevolmente, curandosi di farmi dormire, mangiare, riposare e cercando di aiutarmi in tutti i modi a superare l’”empasse” burocratica…
Sabato mattina avevo provato ad entrare in Congo ma mi hanno gentilmente mandato indietro dicendomi che forse, passando dal Rwanda, mi avrebbero fatto entrare anche con quel visto della loro ambasciata. Ma FORSE!
Lunedì sono andato al confine con il Rwanda a lamentare che il loro sistema non accettava più le mie richieste di visto di transito. Visto che sapevano che il mio visto congolese non era valido, mi hanno detto di chiedere il visto turistico per il Rwanda e incontrare in Rwanda gli amici congolesi. Soluzione molto ragionevole!

Quindi martedì torno a Kampala: sveglia alle 4.30, il parroco mi porta all’autobus alle 5, visto che parte alle 6, ma lui ha da andare a trasmettere in radio. Si parte alle 6.30 con un bus definito diretto ma che in realtà era come un cagnolino che fermava a quasi tutti gli alberi… e qui ce ne sono una infinità!

Il paesaggio è bellissimo: si parte dovendo attraversare alcune montagne con strada bellissima e panorami magnifici. E’ una delle zone turistiche: le montagne dei gorilla, i laghi, il fiume Kagera, proveniente dal Rwanda, diretto al lago Vittoria (per cui il Rwanda vanta diritti economici sulle acque del Nilo), e tutta la vegetazione coltivata e non. Non c’è un metro quadro non coltivato: le colline sono tutte a pezzettini di terra verdi, marroni, grigi… Forse nasce qui la definizione di Uganda, perla dell’Africa…

Ho finalmente visto le stelle dall’altra parte del mondo. Ed ho fatto un primo errore tecnico: mi sono seduto sul bus sul lato sinistro, dovendo andare verso est, per evitare il sole… Ma sotto l’Equatore il sole è proprio a sinistra, andando verso est… siamo oltretutto nel periodo in cui sole staziona proprio sul parallelo che divide il nord e il sud… Pazienza… Ce ne vuole tanta! Alle 6 mi avevano detto che si sarebbe arrivati alle 14 a Kampala… Siamo arrivati alle 18… Quasi dodici ore di bus, stretto in orizzontale tra il vetro ed il passeggero a fianco, grazie ai sedili minimi, ed in verticale tra i due sedili, senza spazio per le gambe, come usava su certi piccoli aerei di una volta…
Arrivo, lunga corsa in boda-boda e poi doccia e riposo più che meritato! Giorno senza mangiare… promozione assicurata alla “prova costume”!

Il rientro a Kampala va bene… ho ancora da fare moltissime cose ed incontrare diversi gruppi. Aspetto intanto il visto rwandese per andare a Kigali.
In questa settimana mi troverò con la Gioventù Francescana di Kampala, i fornitori di pannelli solari e computer, qualche comboniano di passaggio, tornerò a salutare la scuola di Kasaala realizzata a febbraio e organizzerò il viaggio della prossima settimana a Kigali e Masaka, dove incontrerò la Gioventù Francescana di Bukavu (Congo) e i responsabili della scuola di Bukunda.

Ad oggi fila tutto secondo le previsioni, salvo che a Kampala è arrivato il fresco ed un po’ di pioggia… mi rifarò in Italia, fra dieci giorni, se il caldo non sarà già tornato in Africa!


Per la scuola di Bukunda, ripeto le modalità di donazione…

Paypal con il mio indirizzo email: paolomerlo@aol.com
Bonifico bancario su uno di questi due IBAN:
BANCA CARIGE: Merlo Paolo – Progetto Bukunda
Codice IBAN: IT41E 03431 14109 000009 164170
Codice IBAN: IT96T 06175 49790 000000 193580

Chi volesse avere il Progetto, me lo chieda, per cortesia, via email o Facebook.


giovedì 15 giugno 2017

12 – La burocrazia è una religione


Un altro viaggio verso l’Africa, un nuovo inizio per nuovi progetti, ma anche or­mai una “prassi”, quella dei viaggi, anche piacevole…
Sul volo “Egypt Air”, ancor prima del decollo da Roma, la responsabile dello staff viaggiante si avvicina e mi chiede il nome… un po’ sorpreso confermo e mi dice: “sig. Merlo, lei è benvenuto a bordo. Per qualsiasi problema si rivolga pure a me!”…
Mi sono sentito tra il cospiratore, lo spiato e l’agente speciale. Poco dopo, quando ripassa, scopro l’arcano: sono un cliente “fidelizzato”, “viaggiatore fre­quente”… va bene così. Poi il mangiare è lo stesso e il servizio pure, e posso dire meno male, perché (e finisco lo “spot”) con Egypt Air ho sempre volato benissimo!

Arrivo alle 4 del mattino ad Entebbe. In dogana mi chiedono come mai ho quattro o cinque “laptop”: sono per una scuola… Tutto ok! Il taxi chiamato tra­mite amici arriva quasi subito.
Passo la giornata preparando i bagagli per ripartire la sera per il Congo, pas­sando dal Rwanda e alle 18 vado alla stazione dei bus per partire. Invece che alle 20 si parte alle 21.30, ma va bene lo stesso…
Verso le 3.30 del mattino arriviamo al confine rwandese e qui… La mia organiz­zazione quasi teutonica del viaggio viene annientata dalla burocrazia rwandese. Non ho il visto sul passaporto. “Devo transitare: a Kigali prendo il bus per il Congo…” “In frontiera non si rilasciano visti!”… “Ma in tutti i Paesi Africani...” “Il Rwanda non è uno dei Paesi africani… Il Rwanda è il Rwanda!”…
Dal tono di questa risposta capisco che proprio non esistono alternative…
Devo tornare a Kampala (6/8 ore di viaggio), fare domanda via internet del vi­sto di transito e aspettare tre giorni…
Bene. Comincio ad occuparmi degli altri progetti e del programma di incontri del mese.
Arriva il visto, ma con il nome della dogana sbagliato: devo entrare da un’altra frontiera. Intanto ho deciso di cambiare il programma di viaggio e rinvio il Con­go a fra due settimane.
Intanto anche dal Congo mi danno buone notizie, si fa per dire… Si sono di­menticati la “lettera di invito”, che però mi mandano via email. In dogana pos­so fare il visto, ma costa 300$ per una settimana (in Uganda 50$ per 3 mesi, e in Rwanda 30$ per un mese)… ma all’ambasciata congolese sono gentilissimi e il visto qui costa molto meno… Meno male che ho rinviato!

Mi sono quindi trovato una settimana di mezza vacanza a Kampala, con i Padri Comboniani che mi hanno accolto e tenuto con la solita benevolenza, gentilez­za e cordiale ospitalità.

Nei primi giorni c’è stato un bel via vai di missionari: c’era stato un convegno di tutti i vescovi e alcuni erano in ritiro spirituale, per cui ho incontrato un sac­co di amici con cui abbiamo fatto progetti negli scorsi anni.
Molti sono anche coloro che hanno chiesto di poter portare avanti anche le loro scuole e le loro attività lavorative per i giovani e per gli abitanti di alcuni villag­gi in cui bisogna promuovere il lavoro e offrire la prima “spinta” per far partire il volano economico che li aiuterà a sopravvivere anche in situazioni di siccità, come ora.

Come sempre, alla fine del viaggio, mi troverò con un paio di progetti che pos­sono partire e altri quattro o cinque da studiare di nuovi e per cui bisognerà la­vorare alla realizzazione, cominciando dal reperimento dei fondi...

Un progetto di cui andrò a discutere negli ultimi giorni di permanenza qui, ma di cui ho già raccontato nelle “note precedenti”, è quello dell’ampliamento di una scuola primaria in un villaggio rurale: la scuola ha ora sette classi più l’asi­lo, un’aula ogni due classi… e i bimbi sono come i nostri… immaginate come possono essere lezioni ed insegnamento!
Il costo dell’ampliamento ad otto aule sarà intorno ai 10.000 euro… amici che leggete, pensateci un momento… con solo 20/50 euro per uno… SI PUO’ FARE!




sabato 15 aprile 2017

11 – Ultimo atto: il laboratorio delle “cortecce” - 170322




Ormai a Kampala, con la testa quasi rivolta ad Entebbe ed al suo aeroporto, quasi in attesa dell’imbarco per il rientro in Italia, dopo quasi tre mesi di vaga­re per l’Uganda… quasi… quasi… quasi…
Invece non è così: la realtà è ben diversa! Ai “quasi” iniziali devo sostituire tan­te sensazioni, tante nuove esperienze, nuove conoscenze, piccole avventure che capitano nel brevissimo tempo che rimango a Kampala in attesa proprio del rientro!

La “Gioventù Francescana” di Kampala, con cui avremmo dovuto incontrarci all’inizio di dicembre, la incontrerò in questi giorni, intensi e belli. Dopo i primi contatti con Jacqueline e Nicholas, facciamo un programma serio: venerdì e sa­bato a visitare una scuola e un laboratorio nel profondo sud dell’Uganda, quasi al confine con la Tanzania, a Rakai e Kakuto. Poi avrò un incontro, domenica, a Kampala, con la Fraternità OFS / GiFra, dopo la messa, per una conoscenza re­ciproca, e poi mi faranno da guida per vedere altri prodotti di artigianato e co­noscere meglio le diverse realtà.

Venerdì mattina, appuntamento concordato alle 9, alle 10 incontro Jackie (e la sua bimba di due mesi e mezzo, Esther Anthonia) in centro a Kampala. Si va subito al “bus park” dove prendiamo un “matato” per andare a Rakai (un vil­laggio ad una ventina di chilometri a sud di Masaka, la principale città ugande­se nel sud, verso la Tanzania. Cambieremo “matato” a Masaka e poi prendere­mo due boda-boda per andare alla scuola in cui ci aspettano.
Questa scuola è veramente speciale, in tutto… In aperta campagna, una strut­tura di mattoni divisa in quattro locali in cui funzionano le 7 classi della scuola primaria e una classe di “scuola materna”. Inventata dai genitori delle case sparse nella campagna circostante per evitare ai bambini di andare a scuola ol­tre la strada nazionale, ad oltre due chilometri di distanza. I genitori sono stati aiutati dall’Ordine Francescano Secolare (OFS) che ha donato il serbatorio dell’acqua. Ora CI chiedono di fare uno sforzo per aiutarli ad edificare le aule che mancano: al momento la scuola funziona, come da noi una volta nei paesi­ni in via di spopolamento nelle colline delle Prealpi e degli Appennini, con quat­tro locali e otto classi che convivono a due a due…
Il dirigente della scuola, uno dei genitori, presenta il progetto e ci invita a man­giare e dormire a casa sua la notte prima di sabato. Hanno appena costruito un bell’edificio in mattoni con alcune stanze, grandi ma non arredate ma con il ba­gno incluso, che ancora non funziona. Hanno preparato materassi e lenzuola per dormire: la cena è a casa sua, per noi ospiti… loro mangiano fuori, per non disturbarci… Descrivere questo angolo di campagna è difficile: ci sono due vac­che, mamma e vitello, galline, alberi e vegetazione fitta su una collina lussu­reggiante e che, al suo culmine, si dirada per lasciare spazio ad un prato a pa­scolo per una piccola mandria di vacche e ad un panorama di molti chilometri, verso la Tanzania ed il lago Vittoria...


La mattina, al risveglio, fatta una buona colazione e dopo che Jackie ha accudi­to e preparato Esther ad un’altra giornata di viaggio, si parte… “Boda-boda” fino alla casa dell’associazione che lavora le “cortecce”… Pioviggina, ma non ci si fa caso e sembra che stia migliorando…
Quando arriviamo, l’accoglienza è quella di ogni buona famiglia africana: le se­die per noi, gli stuoini a terra per chi ci ospita, qualche parola di circostanza, e poi cominciano a farci vedere il “ciclo di lavorazione”.

Andiamo in un campo dove ci sono banani, palmette, qualche albero simile alla nostra betulla ed alcune tombe in cui sono sepolti i morti di famiglia…
Il più anziano comincia ad incidere la corteccia di una di queste “betulle”, co­minciando a fare un taglio circolare, non profondo, con il machete, a circa un metro da terra; poi un taglio verticale fino a circa 5 metri, ed un altro circolare
alla fine di quello verticale: in pratica verrà “scortecciato” l’albero per i quattro metri dell’intaglio e per tutta la sua circonferenza. Pulita la corteccia esterna con uno speciale coltello, si scorteccia l’albero usando le foglie di banano acu­minate, per non far male all’albero. Alla fine, mentre altri operai tagliano in pezzi manovrabili la corteccia, l’anziano ricopre la “ferita” con le foglie di palma per non lasciarla alle variazioni termiche che ucciderebbero l’albero stesso. Fra due anni si potrà ripetere l’operazione, perché la corteccia si sarà ricostituita senza dolore per la pianta!

Ma cosa si può fare con la corteccia di un albero? Calma… seguiamo il ciclo la­vorativo… e scopriremo insieme un mondo nuovo…
Una volta che la corteccia, divisa in quattro o più pezzi, è stata lasciata al sole per qualche ora, si è asciugata ed ha preso un bel colore marroncino al suo esterno e nocciola chiaro all’interno, viene battuta con degli speciali attrezzi di legno che la “conciano”, proprio come si può fare con la pelle: quindi si allarga e si allunga, ma soprattutto si ammorbidisce, diventando come stoffa o come pelle. Con il materiale pronto si fanno diversi oggetti: borse e borsette di diver­se dimensioni e consistenze, borse per computer, sottobicchieri e tovagliette da tavola, batik disegnati ad acquarello o ricamati, e così via.
Un ultimo particolare per tranquillizzare i soliti ecologisti malpensanti: anche la corteccia si può rompere durante la lavorazione, ma viene riparata con i fili che costituiscono le foglie del banano, che sembra nylon, ma è quanto di più natu­rale si possa avere!

La giornata non è ancora finita… dobbiamo rientrare a Kampala, cenare e tor­nare alle rispettive dimore… a Kakuto prendiamo il primo “matato” che va di­retto a Kampala… dopo venti chilometri siamo in 18 passeggeri su 14 consenti­ti, strizzati come le sardine, salvo nell’ultima fila dove siamo Jackie, la bimba, io e un altro ragazzo. All’autista viene in mente di caricare una persona e dirle di mettersi nel “quarto posto” dei nostri tre… Mi oppongo in modo categorico, dato che c’é la bimba che ha anche bisogno di prendere il latte e respirare… L’autista si arrabbia, ma tutti gli altri mi danno ragione… Si parte e si arriva a Kampala a sera inoltrata, in tempo per mangiare pollo arrosto e patatine fritte ed andare a nanna…
Domani è domenica e ci aspetta l’incontro “ufficiale” dopo la messa con i “fran­cescani laici” giovani e non.
L’incontro con i “francescani laici” è una presentazione reciproca, dopo una messa di circa due ore (predica di circa 40 minuti), con una richiesta di aiuto per i giovani, che ribadiscono che il progetto dei “laboratori della corteccia” an­drebbe aiutato anche finanziariamente. Accolgo la proposta, chiedendo di pre­sentare un progetto fatto bene ed anticipando che si potrebbe fare un inter­vento tipo “prestito” da pagare con il tempo e con le vendite dell’artigianato prodotto.

Spendo gli ultimi due giorni, approfittando della “guida locale”, per andare a vi­sitare il Santuario dei Martiri Ugandesi a Namugongo, visitato già da tre Papi: Paolo VI, Giovanni Paolo II e Francesco… Bel posto, bella struttura per l’incon­tro con qualche migliaio di fedeli (diventato un milione nella leggenda metropo­litana della guida ufficiale)…
La chiesa invece è un aborto architettonico…

L’ultima visita è al “mercato dell’artigianato” che si trova nel centro di Kampa­la: la presenza di Jackie è utilissima, per capire cosa c’è di buono e di meno buono, cosa è veramente artigianato locale e cosa non lo è…

La mattina dell’ultimo giorno, conosco un padre comboniano che vive nel sud-est dell’Uganda: mi chiede di andare a fare un’aula di informatica nella sua scuola secondaria… Speriamo che sia possibile: gli prometto che cercherò di aiutarlo...

Nel pomeriggio la partenza verso l’aeroporto, verso il ritorno a casa, senza mancare una breve visita a Bruxelles, Liegi e Bruges: non ero mai stato in Bel­gio, ma almeno Bruxelles e Bruges valgono un viaggio!

Tutto bello… ma come sarebbe difficile ripartire senza avere davanti i nuovi progetti che mi riporteranno qui fra qualche tempo…




10 – Iniziano le scuole...- 170215


Siamo all’inizio, si fa per dire, di febbraio, e ricominciano le scuole! Come da noi a settembre… e la città, ma soprattutto le periferie in cui le scuole si trovano, si riempiono dei ragazzi che vengono dai villaggi, ed anche da altre città, per frequentare le scuole primarie superiori (la nostra “secondaria inferiore”) e le scuole secondarie…

Qui la scuola funziona sulla base di tre “terms”, periodi di tre mesi ciascuno, a cui poi segue un breve periodo di vacanza per i primi due periodi e due mesi di vacanza per l’ultimo, quello che porta al passaggio alla classe successiva. Quest’ultimo periodo corrisponde alla stagione asciutta e calda che va, all’incirca, dal 10 dicembre al 10 febbraio, salvo esami.
Data la distanza da cui vengono la maggioranza degli studenti, le scuole sono quasi tutte organizzate con dormitori per ragazzi e ragazze, e con un servizio di pensione che prevedere la merenda del mattino ed il pranzo (riso e fagioli), oltre al controllo notturno. I ragazzi più vicini vanno invece a dormire nelle loro case e pagano ovviamente meno. E’ divertente vedere come gli studenti, arrivano con i moto-taxi (i famosi boda-boda) con tutto il loro equipaggiamento: il materasso, un bidone ed un catino per l’acqua, e una specie di baule di ferro con il lucchetto che contiene vestiario e stoviglie: una tazza grande per bere, ed un piatto fondo che serve per mangiare, ma anche per tagliare il “pocho” (la polenta) quando questa sostituisce il riso…

Ai tre periodi corrisponde anche il pagamento delle rette scolastiche… Bisogna sapere che le scuole qui sono particolarmente care, ovviamente in rapporto ai salari che vengono dati ai lavoratori: un anno delle prime classi elementari, con servizio anche di “boarding” (pensione), costa circa 300 euro, pari ad uno stipendio di un insegnante delle superiori, o a due stipendi di un operaio… e se pensiamo che a scuola potrebbero andare anche 5 o 6 fratellini…
Aumentando il livello delle classi, aumenta in proporzione anche il costo annuale degli studi, a cui occorre aggiungere, come ben sappiamo tutti, i “costi aggiuntivi” di libri, quaderni, trasporti, cancelleria, e quant’altro. E qui i ragazzi non hanno lo “smartphone”, ma solo il cellulare che caricano magari con 15 centesimi di euro alla settimana… giusto per avvisare la famiglia in caso di necessità!

Da oggi iniziano anche le primarie e si vedono le prime “catene umane” di bimbi coloratissimi, con zainetti stracolmi e pesantissimi, andare per mano a scuola… uno spettacolo veramente gioioso che mi riporta lontano, ai trascorsi romani, quando facevo, con altri compagni che si univano nel percorso, una cosa analoga a Roma, andando da piazza Salerno a via Alessandria (per circa un chilometro e mezzo…). Altri tempi e altre abitudini! Altro che mamma in SUV che vuole parcheggiare accanto alla classe del figlio!

Continuando a parlare di scuola, ma “da grandi”, bisogna dire che qui le scuole sono quasi tutte private, la maggioranza appartengono a congregazioni religiose di tutte le religioni e sette possibili ed immaginabili… ogni “guru” che ha racimolato un po’ di soldi potrebbe venire qui e farsi una bellissima scuola, farla pagare una cifra e raccogliere adepti per la sua setta…
Le scuole sono però controllate dallo stato, o meglio dal governo, perché devono esprimere sempre il “Museveni-pensiero” ed essere sempre “allineate” al potere centrale… Di soldi però, lo stato ugandese ne passa all’educazione proprio poco o nulla… Forse è passato da queste parti il nostro “illuminato” ministro (Tremonti?) che disse che “con la cultura non si mangia”… invece con i soldati sì, aggiungo io… ma solo per la mia malignità congenita…

La scorsa settimana ho dovuto fare un po’ di avanti/indietro da Lira per l’internet point, a cui devo accedere per spedire e scaricare gli allegati delle email… Lira è a circa 8 chilometri, 20 minuti con la moto, che costa poco meno di 1 euro per viaggio. In totale sono poco più di due euro di costo globale… pazienza… riesco ancora ad affrontare questo sforzo economico.
Mio cugino sarà felice di sapere che ho imparato a “fare il passeggero” portando anche lo zaino e qualche borsa della spesa: peccato che in Italia non ci sono i “boda-boda”… Sarebbe bello scendere da Lucignano alla “cooppe” (la Coop in dialetto tosco-chianino) e ritornare senza prendere l’auto… Mi sentirei ancora più africano di ora!

In una delle “escursioni” a Lira ho fatto visita ad un paio di “supermercati” tenuti da indiani. In uno di questi, dietro uno scaffale, inatteso, mi è comparso davanti un gigante bianco, vestito di bianco, giovane ma con la barba alla Federico II (Barbarossa)... da una parte stavo per ridergli in faccia, dall’altra mi sono sentito bianco anche io… veramente un effetto strano! Quando sono in chiesa, o al mercato, o dovunque, non vedo e non percepisco la differenza del colore della pelle, ma quando vedo un altro bianco, allora mi rendo conto che non è un animale diverso, ma è solo come me e che diversi siamo tutti due, dall’altro, che in questa situazione è anche il padrone di casa, di cui noi siamo graditi ospiti se portiamo qualcosa a favore. Penso però che ne farebbero volentieri a meno, visto che siamo pochini a portare solo conoscenza e futuro positivo: gli altri come noi portano è vero da mangiare, ma il riso e il mais che potrebbero prodursi da sé se non venisse loro regalato, impedendo quindi lo sviluppo di una economia reale… insomma, come già detto più volte, un bel guazzabuglio!

Questa settimana è l’ultima a Lira: venerdì ci sono gli esami e sabato si consegnano i “certificati”. Domenica ritorno a Kasaala, poi un po’ di giri in attesa di andare definitivamente a Kampala fino almeno alla fine del mese.

Tornerò la prossima settimana con altre “notizie” da Kasaala o da Kampala. A presto!




9 – Un altro “corso” a Lira - 170208


La prima settimana a Lira è stata di preparazione e di inizio del corso agli inse­gnanti della scuola “tecnica-vocazionale”, come i missionari hanno battezzato le loro scuole di secondo livello, quelle che noi, fino a non so quale riforma, chia­mavamo “istituti di avviamento professionale”; quelle scuole, senza offesa per nessuno, anzi peccato che non ci siano più, che aiutavano le famiglie ad avvia­re a un lavoro i ragazzi che non avevano molta voglia di studiare per anni e che ora è comunque obbligato a fare studi che non aiutano certo all’introduzione al mondo del lavoro.
Stavamo diventando un popolo di laureati nullafacenti… meno male che da una pessima riforma alla successiva siamo arrivati non più al “6 politico” ma alla scuola in cui la “condotta” è diventata non obbligatoria (con il peso che si pote­va dare a questo voto) ma anzi aiuterà a fare media con le materie ostiche… l’importante sarà starsene tranquilli al proprio posto, non dare fastidio all’inse­gnante, arrivare al 5 e mezzo, e il gioco sarà fatto… quindi si diventerà diplo­mati in “tranquillità” del tipo “onda morta”…

Qui la scuola è molto differente e ne ho già parlato assai… Queste scuole tecni­che preparano carpentieri, meccanici, muratori, elettricisti a fare il loro mestie­re con buone cognizioni tecniche, ed è anche per questo che chi le dirige vuole ora avere anche l’aula di informatica. Dare agli studenti dell’ultimo anno la pos­sibilità di saper usare il computer, anche se a casa non se lo possono certo per­mettere, significa dare loro una possibilità in più di trovare lavoro in aziende, normalmente piccole, in cui potranno far valere anche questa conoscenza.

Il viaggio da Kasaala a Lira, fatto su un taxi che fino a circa 30 chiometri dall’arrivo ha viaggiato solo con cinque persone a bordo è andato bene… negli ultimi chilometri i passeggeri si sono moltiplicati e le sardine hanno boccheg­giato un po’… In definitiva poteva andare molto peggio...

A Lira, come ovunque, i Padri e Fratelli Comboniani mi hanno accolto come un amico di vecchia data, ricordando che ero già stato qui due anni fa per un bel periodo, quando abbiamo attrezzato l’aula ex-novo con computer e pannelli so­lari… Avevo dovuto raccogliere, allora, un po’ di soldi in pochi giorni, per i pan­nelli solari… ed ora c’è anche una bella targa che ricorda i “donatori” dell’aula e dei pannelli solari, tra cui i “Paolo Merlo’s Friends”… Ancora un GRAZIE a tutti coloro che hanno contribuito… Ottimo investimento!

Lunedì si è organizzato il corso e martedì ho conosciuto gli insegnanti che ora partecipano; tre erano già stati miei studenti 2 anni fa e ci riprovano. Comin­ciamo giovedì mattina, a ritmo accelerato, per arrivare in tempo per l’inizio del­le lezioni.
Siamo quindi ormai verso la metà del corso, senza infamia e senza lode, chi va un pochino più avanti e chi si ferma ogni tanto per la fatica… Non male, ma si­curamente il livello non è migliore di due anni fa…
Domenica sera è venuto a cenare in comunità il vescovo, quello che io chiamo “fratello vescovo” e che “puzza di pecora”. Quasi sempre la domenica sera vie­ne a cenare dai suoi ex-confratelli comboniani, ma la scorsa settimana aveva altri impegni.
Quando c’è mons. Franzelli a cena, la varietà dei discorsi, l’interesse per quan­to dice, ma anche la simpatia del suo parlare, rendono la serata sempre molto piacevole. Anche se poi c’è il “pierino” (il sottoscritto, ovviamente) che lo pro­voca su argomenti magari più mondani, ma a cui non si sottrae mai.
Si parla allora dei manifesti che “vorrebbero insultare il Papa” ma denotano la semplice volgarità di chi li ha stampati e fatti attaccare per Roma; delle succes­sioni dei vescovi qui in Uganda: lui stesso scade ad aprile, ma potrebbero es­serci due anni di “proroga”. In Sud Sudan ci sono “scoperte” cinque diocesi su sette… e una è scoperta da 6 anni… Qui ce n’è scoperta solo una, da tre anni, non per la morte del vescovo, ma per la sua promozione ad altra diocesi più importante… Io gli auguro di rimanere ancora un po’ qui, ma so che è conti­nuamente sotto attacco del clero locale che vuole far carriera, e quindi farà se­condo il volere del suo superiore… Ma ci sono in corso anche due successioni di cui parlare, molto importanti per la “curia romana”: il vescovo di Milano, sca­duto da qualche mese e che sembrava dovesse smettere subito, e il vicario di Roma, Vallini, che ha già superato i due anni di proroga, per cui si pensa che dovrebbe arrivare ben presto un successore…

Dopo cena, la torta fatta in casa per il compleanno di Fratel Gilberto, un limon­cello saltato fuori da chissà dove, ancora qualche chiacchiera e poi, come dopo “carosello”, tutti a nanna…
Non senza aver impegnato il vescovo a ricevermi in diocesi per presentarmi la nuova direttrice della radio “Radio WA”, gemellata due anni fa con “RadioIncon­tri InBlu”… e sperando magari in una nuova intervista da mandare in onda nelle prossime puntate di “Volontariando”…

Due parole per gli amanti del meteo… qui ogni tanto fa una spruzzata di acqua, ma non si sente ancora l’arrivo della stagione delle piogge: d’altra parte la sta­gione secca è cominciata molto presto, a metà novembre, e la gente è stanca di respirare polvere e vedere tutto secco anche se ci troviamo a 1200m. di al­tezza…
La stagione delle piogge, secondo la tradizione, dovrebbe cominciare con la luna pasquale… e manca ancora un mese e mezzo… veramente troppo tempo ancora!



8 – “Razzismo civile” e “generosità povera” - 170128


Questa “nota” è l’ultima, per questo giro, da Kasaala… Domani mi trasferisco a Lira, come avevo anticipato, ma ho voluto raccontarvi “a caldo” la fine del cor­so agli insegnanti del “St. Daniel Comboni College”.

Mentre dall’Italia arriva la notizia di Pateh, il ragazzo gambiano che non ha re­sistito, probabilmente dopo mesi o anni di viaggio, prima a piedi o con mezzi di fortuna attraverso il deserto, poi la sosta di mesi in Libia in campi di concentra­mento che nulla hanno da invidiare a quelli nazisti di europea memoria, poi la traversata della speranza, o della morte per i meno fortunati, l’arrivo e l’acco­glienza, chiamiamola così almeno per un momento, ecco… arriva questa dop­piamente tragica notizia… tragica per Pateh, che non ha resistito all’ennesima discriminazione, alla scarsa accoglienza, alla mancanza forse anche solo di un gesto di affetto… ma tragica anche per l’Italia che ha visto suoi cittadini mo­strare ancora una volta il peggio di se stessi!

Ecco mentre questo accade nella “civile Italia” (stavo per scrivere Padania, ma mi è sembrato di fare pubblicità al “male” in se stesso, e l’Italia non è quella di quei pochi idioti), qui in Uganda, mi è successo un episodio quasi irreale, anche se ho letto di un paio di episodi analoghi avvenuti negli scorsi mesi in Congo e in Burkina-Faso, se non sbaglio.

Cerimonia di consegna dei certificati agli insegnanti che hanno partecipato al corso e passato gli esami. Durante il corso è mio compito raccogliere i soldi della partecipazione al corso stesso (circa 12 euro ogni insegnante, che ne guadagna 60/90 al mese). D’altra parte il corso ha dei costi che la scuola non po' sostenere e il corso è un aggiornamento professionale molto importante. Prima della cerimonia consegno al direttore della scuola i soldi ricavati, a meno del piccolo conto delle spese sostenute. In totale si tratta di circa 60 euro di saldo positivo.
Durante i reciproci discorsi di ringraziamento e di commiato, prima della conse­gna, il direttore della scuola mi riconsegna i soldi avanzati: “Ti siamo grati per il corso e ti ringraziamo per quanto hai fatto. Questi soldi te li restituiamo: noi li abbiamo già spesi e a te servono per continuare il tuo progetto di insegna­mento. Li utilizzerai per il progetto di un’altra scuola!”. Senza parole…

Sono troppo sensibile a queste cose e devo dire che non sono riuscito a tratte­nere una piccola lacrima di commozione. Mentre noi sperperiamo un capitale di civiltà con gesti da abbruttimento totale, quelli che Salvini chiama, nella sua lingua e con la sua infinita ignoranza e volgarità “oranghi”, mi hanno “finanzia­to” una piccola, infinitesima parte di un nuovo progetto: la vedova del vangelo di Marco (Mc 12, 38-44) si materializza in questo villaggio ugandese.
Per me è come se avessero pagato un intero impianto a pennelli solari… che devo fare? Mi sento tanto “buonista”…

I salmi finiscono con un “gloria”, i miei piccoli e modesti corsi di informatica fi­niscono con dei certificati che spero aiutino sempre a trovare un lavoro o una posizione migliore a coloro che li frequentano, e che soprattutto sappiano redi­stribuire quel poco di “conoscenza” in più ai loro studenti.

L’ultimo giorno serve per rimettere in ordine le idee, organizzare la partenza e il viaggio verso Lira: circa 280 chilometri di strada finalmente buona, circa 4 ore di pullman, o, se Dio me la manda buona, un passaggio in auto in tre ore si riesce ad arrivare…
Anche lì la comunità comboniana mi aspetta a braccia aperte, come sempre e dovunque: padre Cosimo, chiamato “il gesuita” per i suoi studi, padre Luis, il parroco, e fratel Gilberto, che dirige la scuola e l’amministrazione.

Questo ultimo giorno serve però anche ad aggiornare tutti i PC della scuola tecnica, portati tre anni fa. Contrariamente a Microsoft o Apple, usando Linux e LibreOffice (“sistema operativo” il primo, “office automation” il secondo), si continuano ad aggiornare PC anche vecchi e con poca memoria che lavorano magnificamente in una scuola. L’investimento funziona, i ragazzi che vanno in una scuola dove c’è un’aula di informatica sono felici e noi non abbiamo da rot­tamare i pc portatili, ma li ricicliamo dove vengono “sfruttati al meglio”, nel senso che meglio di così non è possibile!

Nel discorso di commiato gli insegnanti-studenti mi hanno ringraziato per aver fatto loro conoscere questo software “molto semplice e altrettanto efficace” di quello a pagamento.
Una piccola soddisfazione in più per chi si batte da sempre a favore del soft­ware libero!



7 – Riflessi dal mondo - 170122


Ebbene sì, ogni tanto il mondo esterno invade quell’isola fantastica che è poi forse solo “isolamento” dalla quotidianità di casa… Coloro che, come me, sono momentaneamente “esportati”, vivono una specie di limbo nei confronti del paese in cui vivono la loro cittadinanza quotidiana: non ci sono giornali italiani, le tv che si possono vedere parlano dell’Italia quanto in Italia si parla dell’isola di Vanuatu, e l’unico contatto è attraverso internet…
Non ho volutamente inserito nelle possibilità, quella di vedere “RAI Italia”, mi­scela terrificante di RAI1 e altro, che dovrebbe portare una finestra italiana nel mondo e ci porta quella del bagno… poveri italiani che dovrebbero ricordarsi l’Italia per i delitti, le disgrazie e quant’altro su cui si accaniscono i “rapaci di­pendenti che scrivono i testi” (non voglio insultare i “giornalisti veri”) per far vedere la peggiore immagine possibile del bel paese all’estero…
Questa settimana abbiamo avuto, purtroppo, anche le notizie italiane dalle te­state internazionali: il terremoto prima, la valanga poi, e per finire l’incidente sull’autostrada del pullman ungherese, hanno contribuito ad una presenza co­stante anche nei sottotitoli di Al Jazeera e CNN… Informandomi io attraverso RaiNews, unico prodotto RAI ai limiti della decenza, ho scoperto di quest’ultima tragedia quasi per caso: non rientrava nei titoli di testa… forse i sedici ragazzi che sono morti valgono molto meno dei nostri che sono morti in Spagna lo scorso anno…

Le notizie locali sono invece tutte rivolte ad inneggiare all’insediamento di Trump negli USA… C’è stata anche una manifestazione a suo favore nei giorni scorsi… Padre Giorgio ed io abbiamo ascoltato una buona parte del suo discor­so inaugurale e ci siamo fatti l’idea che la tendenza sia “nazionalsocialista”… che poi magari per Italia ed Europa, unito alla Brexit, possa risultare cosa non negativa potrà anche essere… Certo che non parte con il massimo del sostegno popolare e che le promesse “contro” non sono certo camomilla o gommapiu­ma...

Torniamo in Uganda che forse è meglio…

Settimana pesante a scuola: insegnare e soprattutto imparare ad usare il pc per scrivere non è poi così difficile, e magari è anche divertente, visto che i miei studenti si sono dilettati a fare composizioni grafiche complesse dopo soli quattro giorni di corso…
I problemi sono nati con il foglio elettronico: chi non ha dimestichezza con i conti, non ha una mente aperta al ragionamento matematico e delle solide basi di algebra e di costruzione di formule che prescindono dai numeri… beh, per loro il foglio elettronico diventa un ostacolo difficilissimo.
La maggior parte, per fortuna, è entrata nel “meccanismo” e forse riuscirà ad arrivare anche a fare qualcosa di buono. I risultati del corso però sono ormai quasi definiti… Tre insegnanti potranno insegnare anche “Informatica”, forse un quarto… Gli altri utilizzeranno il corso per lavorare meglio nelle loro materie.
Fa piacere che tra i quattro ci sia, ancora una volta, una donna su tre che han­no partecipato, mantenendo quindi la proporzione di uno a quattro dei parteci­panti. Mi fa piacere notare che in Uganda, paese fortemente maschilista, ma a regime matriarcale, molte donne si stanno scrollando di dosso il fiato degli uo­mini dal collo…

Il tempo è stato variabile per diversi giorni: ogni tanto passava una perturba­zione, guardava in basso noi, poveri esseri umani allo stremo per il caldo, e se andava… Sabato è arrivata la grazia di un temporale che ha lasciato un po’ di acqua, buttando a terra tanta tanta polvere e lasciando che l’aria si rinfrescas­se un pochino: stanotte si è dormito molto meglio, anche se sempre con alme­no una zanzara come compagna destinata al suicidio al mio risveglio…
La prossima settimana sarà per me l’ultima a Kasaala-Luwero: domenica mat­tina partirò per la comunità di Ngetta, nella diocesi di Lira, dove sono già stato due anni fa e dove terrò un altro corso per trovare nuovi insegnanti per la loca­le scuola tecnica dei comboniani.
Fratel Gilberto, responsabile della scuola, mi aspetta a braccia aperte e con le forbici da barbiere per tagliarmi i (pochissimi) capelli…

A Lira c’è il vescovo italiano e comboniano, Giuseppe Franzelli, che è anche di­rettore di Radio Wa (“La nostra radio”), che due anni fa abbiamo gemellato con Radio Incontri InBlu. Di lui ho scritto allora che è “un vescovo che puzza di pe­core”… è un vescovo di quelli che Papa Francesco quotidianamente ringrazia della loro opera e del loro esistere: un vero modello di misericordia e di vici­nanza al popolo e ai poveri, come ogni comboniano sa essere.

Nel frattempo, per non lasciarmi mancare nulla, ho portato avanti il mio lavoro con RadioIncontri, con il settimanale di riflessione sull’attualità “Reflex” e con il settimanale “Volontariando”, appunto “su volontariato e dintorni”… Questa tra­smissione, ripresa dopo sei mesi di pausa, è partita con due interviste registra­te qualche tempo fa: quella a suor Rosemarie Nyirumbe, protagonista del libro “Cucire la speranza”, incontrata a Gulu a fine anno, e quella a Chaimaa Fatihi, autrice del libro “Non ci avrete mai!, Lettera aperta ai terroristi”.
Basta andare sul sito www.radioincontri.org e scegliere il programma, la punta­ta e scaricarlo o ascoltarlo in podcast…

Lunedì 23 gennaio, sul sito www.unimondo.org e sulla pagina FB “Unimondo2­Facebook”, esce il primo articolo di una serie dedicata all’immigrazione, storia e cause ed attualità, nato dall’ascolto del dottor Bartolo, medico di Lampedusa, incontrato anche lui per RadioIncontri a novembre scorso a Borgo S. Lorenzo.
Scusate la pubblicità personale… ma chi scrive lo fa perché spera sempre che qualcuno, un giorno, legga…

Buon proseguimento!