Progetto INFORMAFRICA


Ridurre il "digital divide" portando la nostra CONOSCENZA
in modo ETICO e RESPONSABILE, ma non i nostri "modelli di vita"

giovedì 30 gennaio 2014

Considerazioni a ruota libera



Benny fa fatica, come gli altri giovani presenti, italiani e non, ad accettare il modo di vita de­gli africani: dicono che sono lenti, che non rispettano gli impe­gni, che non tutti hanno la “giusta voglia” di lavorare.

Credo che sia solo un problema di pazienza ed accettazione rispettosa di molte differenze di vario genere.

Il primo problema è dato dalla cultura millenaria: nessuno lavora più di tanto perché è sufficiente ciò che si ha, ognuno per sé; nessuno o quasi coltiva per vendere, ma ognuno mangia ciò che produce; fino a pochi anni fa la terra era di tutti: magari qualche volta si ammazzavano per la scelta del posto, ma non c'era la proprietà privata.

Suor Dorina racconta come una ventina di anni fa i “Comboni Samaritans Gulu” hanno aiutato le famiglie anche facendo loro prestiti per acquistare la terra per coltivare qualcosa di più perché la famiglia era cresciuta troppo.
Ora lo stato sta facendo una specie di catasto, anche perché gli occidentali e i cinesi stanno “comprando” le terre per le coltivazioni e mandano via interi vil­laggi, senza alcun riguardo per chi ci vive, usando anche le ruspe e le armi.

Secondo problema è quello naturale del clima: si lavora al mattino presto (ma noi cominciamo tardi!) mentre fa ancora fresco, ma dalle 12 alle 16 la tempe­ratura, soprattutto in questa stagione, è elevata e ci si stanca subito. Quindi la vita riprende nel pomeriggio, dopo una breve interruzione e continua dopo il tramonto (alle 18.30/19).
La lentezza e i tempi della natura rendono le persone più calme, meno esagita­te che da noi: non hanno nulla, quello che arriva è una grazia, perché correre? Noi dobbiamo correre per il biscottino del “Mulino Bianco”, per la “Golf Take&Sound” e per l'ultimo modello di iPhone con cui rompere le scatole du­rante le cene conviviali... Bell'esempio, il nostro!

Ragazzi, ma vi pare che si stia meglio qui o nel caos globalizzato? La prima ri­sposta è semplice, anche se per me non condivisibile: mi manca il “pub”...
Vero che poi a qualcuno mancano anche gli amici e le belle città italiane, ma lo shopping si fa anche qui, in mezzo alla polvere magari, alle mosche, ai bambini nudi con il naso gocciolante, alle donne che fanno la siesta sui vestiti in vendi­ta... ma è uno spettacolo di vita e di varia umanità impagabile! Il mercato è veramente uno spettacolo da non mancare! Oltretutto è lo specchio di come la gente vive, degli strumenti che usa, dei prodotti che usa, ma che non getta via per oltre la metà...

Qui si consuma tutto, si usano solo leggerissimi sacchetti di plastica per confe­zione, e quando qualcosa non va più bene... si Ripara, si Ricicla, si Riutilizza... usando le “RI” di Serge Latouche...

*****

Tutto è bene ciò che finisce bene... Il corso è finito e siamo tutti contenti di come è andato: qualche assenza di troppo, qualche ritardo dovuto all'assenza degli orologi, ma anche agli impegni di lavoro di qualcuno, ma tutti sono usciti arricchiti, anche noi, quanto meno in pazienza.

Io sono particolarmente soddisfatto perché penso ai due allievi che hanno lavo­ri umilissimi e ora sono riusciti a dimostrare che con un po' di aiuto possono fare molto meglio e ancora di più per un altro che, senza lavoro, forse lo potrà avere attraverso o all'interno della struttura stessa dei Comboni Samaritans.

Ai saluti finali ho voluto ricordare proprio che il proposito degli “Informatici Senza Frontiere” è di ridurre il “digital divide”: oggi abbiamo raggiunto il nostro obbiettivo con queste tre persone.

*****

Sfruttando il pomeriggio del sabato, domani mattina si parte dopo colazione, vogliamo andare “in città” a fare le ultime compere di ricordini, salutare gli amici che lavorano in città, farci qualche foto di testimonianza che siamo qui.

Questo sarebbe stato il programma...

A pranzo Benny ha sintomi di febbre: speriamo non sia nulla! Ha fatto le vacci­nazioni di rito, ha preso il “Malarone” contro la malaria, ha mangiato sempre bene e non ha avuto altri sintomi, quindi sono abbastanza tranquillo.
Nel primo pomeriggio la febbre sale: unica soluzione è quella di an­dare al pronto soccorso dell'ospedale di Lacor, dove risiede anche suor Dorina, ovviamente in “boda-boda”, cinque chilometri su una “pista nazionale”...

Fortunatamente è troppo presto per la malaria, che non avrebbe avuto il tempo per l'incubazione, il pronto soccorso è superlativo: esame del sangue completo, immediato, dottori professionalmente preparatissimi ed anche umanamente!
Una piccola infezione gastro-intestinale, curata con una leggera dose di anti­biotico e il paracetamolo per la febbre. Già la sera Benny sta meglio.
Al mattino, dopo un lungo sonno, Benny si alza pimpante e fresco come niente fosse successo. Unica precauzione per il viaggio: tanta spremuta di limone in­vece dell'acqua.

Arriviamo a Kampala in tempo per fare due passi, riposarci bene e a mezzanot­te lo accompagnamo ad Entebbe per la partenza.
All'ingresso dell'aeroporto c'è un blocco della polizia che perquisisce me e Ben­ny, ma non Masimo e l'autista e nemmeno i bagagli... facce da delinquenti? Chi può dirlo?

Lasciamo Benny, che partirà alle 5 per Istanbul, e noi andiamo finalmente a dormire!

 

Chi male comincia... ripara e riparte!


 
 
Sabato mattina alle 9, appena finita la colazione dalle suore comboniane di Mbuya, che sono veramente ospitali, arriva il pick-up che ci porterà a Kasaala e a Gulu. Con un po' di sorpresa non c'è solo l'autista ma anche una raffinatissi­ma signora, magra, alta, gentilissima, che ci dà il “welcome!” di rito. Scopro solo più tardi che è la sorella del General Manager.

Viaggio ottimo, giornata buona. La sosta a Kasaala, verso mezzogiorno, con spuntino di ananas di Luweero offerte dall'amico padre Giorgio, responsabile della missione in cui verrò tra una settimana. Benny comincia a reagire positi­vamente: quell'ananas è molto diverso da quelli che arrivano sulle tavole euro­pee.

Verso le due e mezza arriviamo al “Kaffu Bridge”, sosta quasi obbligata nel viaggio da Kampala a Gulu e viceversa (360 chilometri di strada in parte buo­na, ma che richiede almeno cinque-sei ore di percorrenza). L'assalto dei vendi­tori di “viveri” è in­credibile: si sono anche organizzati con i giubbini leggeri del­lo stesso colore e numerati! Chi vende gli spiedini di carne e di fegato, chi la “soda” (le bibite dol­ci), chi l'acqua gelata e infine ci sono anche manioca e ba­nane cotte alla brace. Si sono evoluti: ora le danno in un tovagliolino e non più nella carta di giornale! Avranno avuto qualche contestazione dalla ASL o dai NAS?

Resta però uno spettacolo di gente colorata, festosa e bisognosa di vendere il poco che produce. Spiedini ottimi, come le bananine alla brace!

Il “welcome” a Gulu è quello sorridente ed allegro di Valerio, responsabile della nuova “guest-house”: dall'ultima volta che sono stato qui, l'accoglienza ha rag­giunto i dodici posti letto, una sala da pranzo, ed anche una buona organizza­zione. La vecchia sala da pranzo è diventata bar e un gazebo usato come depo­sito legna è diventato una specie di “roof-garden” da far invidia!
Si lasciano i bagagli e... via a Gulu centro in “boda” per le stradine sterrate per comprare gli infradito di gomma e l'acqua.

Rientriamo a piedi, tanto per sgranchirci dal viaggio, poi cena e almeno dieci ore di sonno filato come raramente succede.

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La domenica passa, nell'attesa che arrivi qualcuno ad aprirci l'aula per il corso, con uno spettacolino offerto dai ragazzini, figli delle persone in disagio che vi­vono o lavorano qui. Non arriva nessuno. Prepareremo tutto domani mattina.

Colpa dei nostri orologi che sono rimasti sull'ora europea e non sono ancora adeguati per l'”African Time”... e niente connessione internet perché qualcuno ha tolto la corrente al server. Così ci disintossichiamo!

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Lunedì mattina.
Si comincia dalla presentazione degli ospiti, che oggi siamo noi, alla comunità, dopo la preghiera del mattino.
Poi colleghiamo i computer e con un'ora di ritardo si comincia. Non male!

Il corso di Gulu, come detto, è progettato per approfondire la preparazione de­gli insegnanti formati nell'autunno 2012 qui e nell'autunno 2011 in Sud Sudan.
A causa della guerra, i sud-sudanesi non possono venire: troppo pericoloso viaggiare anche nella zona meridionale, perché la guerra è sostanzialmente una questione tra etnie che non hanno confini delimitati, anche perché sono i Nuer e i Dinka sono etnie pastorali e tendenzialmente nomadi. Peccato... erano forse i migliori e quelli più meritevoli!

Rimaniamo con due insegnanti ugandesi e tre ex-allievi che non avevano rag­giunto il target per l'insegnamento. Viste le motivazioni facciamo, sicuramente con rammarico, buon viso a cattiva sorte.

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Dopo cinque giorni di permanenza devo dire che stiamo vivendo bene questa esperienza, prima per Benny ed ennesima per me: si mangia piuttosto bene anche senza esagerare nelle quantità; cominciamo ad avere appetito all'ora del prossimo pasto, quindi giusto! Anche la scelta dei menu, che viene fatta da Va­lerio, è molto equilibrata: pasta o riso o “posho” (polenta di mais bianco) e, per la cena, minestra o passato; poca carne, solitamente con sughi ottimi o fritta o impanata; verdure o patate o banane, cotte e crude; frutta di stagione e loca­le. Ora ci sono degli ananas “da sballo”...

Si beve moltissima acqua, data anche la temperatura, che varia tra 15°-18° al mattino e 35°-40° del primo pomeriggio; ogni tanto qualcuno tra i giovani coo­peranti e volontari si prende un birra locale.

Si sentono lontani dal “pub” sotto casa... Io, che sono ovviamente il “vecio” della compagnia, cerco di mantenermi austero per dare un po' di buon esem­pio, ma qualche birra la bevo!

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Mercoledì. Colgo l'occasione per registrare due interviste per Radio Incontri di Cortona: spero di riuscire a mandarle via internet in modo che vengano man­date in onda nella trasmissione di sabato. Intervisto Valerio e Giovanni, un vo­lontario e un cooperante: mi sembrano proprio interessanti!

Siamo al giro di boa... ultimi due giorni di lezione, poi sabato libero e domenica rientro a Kampala per la partenza di Benny e per il mio cambio verso Kasaala.

martedì 21 gennaio 2014

Un nuovo progetto in Uganda



Le mie “note di viaggio” si erano fermate a novembre di due anni fa, con un “arrivederci in Uganda ad ottobre 2013”.

Ricomincio a raccontare la “mia Africa” con quattro mesi di ritardo, per via di un cambio di programma indesiderato ma necessario. Passati i primi otto/dieci mesi in Italia devo dire che ho cominciato a “friggere”... il caldo italiano è di­verso da quello arso di Gulu, ma anche da quello umido di Kampala: trecento chilometri di distanza con un abisso di diversità di clima, ma sempre Africa è. E poi, per dirla senza peli sulla lingua, la situazione italiana è tale da spingere chiunque desideri vivere serenamente ad andare a cercare qualche posto meno esagitato e senza i contrasti che oggi si vivono sulla pelle dei cittadini, ovvia­mente anche per causa degli stessi.

Il progetto è questa volta doppio, tanto per risparmiare anche sul viaggio e riu­scire a dare qualcosa di più a qualcuno in più.
Il primo progetto, quello per intenderci che aveva provocato il mio “arrivederci”, è di installare una nuova aula di informatica nella missione com­boniana di Kasaala, nel cuore dell'Uganda, nella foresta, ma forse meglio nella giungla, anche se a qualche chilometro dalla città di Luuwero, sede diocesi ed importante centro commerciale e di produzione di ananas e banane.
A questo progetto sono riuscito ad “attaccarne” un altro, un po' più difficile da realizzare, ma interessante sotto diversi aspetti.
Questo progetto concerne un corso di secondo livello indirizzato a coloro che hanno ottenuto i migliori risultati nei corsi precedenti in Uganda e Sud Sudan. A questo progetto partecipa anche un giovane collega di ISF, al suo primo viag­gio in Africa, che si prende le ferie per fare questa nuova esperienza. Ottimo! In due si lavora meglio, ci si diverte anche di più, ma si continua a parlare bi­lingue: in italiano tra noi e in inglese in presenza di altre persone.

Appuntamento il 16 gennaio all'aeroporto di Fiumicino per partire con un volo di “Turkish Airlines” che andrà ad Entebbe passando per Istanbul. Dopo aver visto dall'alto Istanbul ed aver trascorso quattro ore nell'aeroporto a guardare le vetrine, ripartiamo per quella che pensiamo sia la seconda ed ultima tappa, anche se, dai conti fatti, ci sembra strano che occorrano nove ore per un volo di normalmente cinque o sei ore... All'imbarco scopriamo che prima andiamo a fare tappa a Kigali, capitale del Rwanda, a sud dell'Uganda! Poi si torna indietro verso Istanbul, ma facendo tappa ad Entebbe, aeroporto di Kampala, capitale dell'Uganda.
Viaggio ottimo. Qualche piccola nota sul comportamento del personale del check-in e di bordo: sembra di essere in Germania con regole turche... poche regole, forse nessuna, ma l'obbligo di rispettarle rigidamente...
Così si deve discutere sul peso dei bagagli per la stiva, poi su quello dei bagagli a mano, che vengono pesati all'ingresso con la possibilità poi di fare spesa nel centro “duty free” (fuori dogana)...
Un po' meglio a bordo ma con posti diversi da quelli prenotati, ecc.

Insomma, tutto il modo è paese ed ognuno mette le regole che vuole dove vuole e dove può!

L'arrivo ad Entebbe è puntualissimo, peccato che siano le 4.20 del mattino: la sorella dell'organizzazione si è ammalata e ha dimenticato di avvisare del no­stro arrivo, così aspettiamo fino alle 6, poi decidiamo di andare almeno a Kam­pala con un taxi. Tanto per far arrivare un'ora in cui si possa telefonare a qual­cuno e veder sorgere il sole dalle sponde del Lago Victoria, mentre ad ovest sta avviandosi al tramonto una luna piena ancora brillantissima, e Kampala è an­negata in un mare di nebbia che noi vediamo dall'alto! Uno spettacolo vissuto qualche giorno fa ad Assisi. Andando a salutare il “poverello” prima della par­tenza, avevo visto dall'Eremo delle Carceri solo la Rocca Maggiore emergere dal mare di nebbia che faceva risaltare i confini della valle spoletina con quella tiberina.
Un bel bis in altro continente, altro paesaggio, ma sempre “nostra sorella Ter­ra” che mi affascina sempre in tutte le sue forme.

Arrivati a Kampala. Scopriamo che la compagnia di bus per Gulu ha chiuso. Riusciamo a contattare i responsabili dell'organizzazione, che ci chiedono di an­dare dai comboniani per un giorno e una notte: sabato verrà a prenderci un'auto per portarci a Kasaala a lasciare i dieci notebook che la provincia di Bolzano e il Centro Giovani Via Vintola, sempre di Bolzano, ci hanno donato e sistemato per il progetto, e poi proseguire per Gulu.
Approfitto della situazione e faccio fare la prima esperienza da “Camel Trophy” all'amico Benny: andiamo dai comboniani con tutti i bagagli usando due “boda-boda” (i moto-taxi che sfrecciano nel traffico convulso di una capitale qualsiasi)!
Sopravvissuti ed arrivati, sani, salvi e con i computer intatti!

Riposo, visita al quartiere e al mercato di Bugolobi e poi ancora riposo... abbia­mo saltato una notte di sonno e ne abbiamo bisogno! Ringraziando le suore comboniane di Kampala che ci hanno ampiamente rifocillato...



sabato 24 novembre 2012

Ciao Uganda, al prossimo anno!



Ormai il corso sta finendo, siamo agli esami, più o meno si sa come finiranno e chi potrà insegnare e chi potrà solo “lavorare” utilizzando la videoscrittura e magari anche il foglio elettronico.
Su sedici allievi, tre potranno insegnare, e tre sono stati giudicati insufficienti: gli altri potranno lavorare utilizzando più o meno bene il PC.
Risultato abbastanza positivo, soprattutto se si guardano le premesse e quanto queste persone erano indietro nelle conoscenze informatiche!

Finisco il corso e gli esami giovedì mattina, con la cerimonia della consegna dei “certificati”. Dopo un'ora l'auto dei “Comboni Samaritans” mi porterà fino a Kampala: oltre trecentoventi chilometri di strada asfaltata ma strettissima almeno per la prima metà del percorso. Si calcolano normalmente almeno cinque ore, con una media di poco superiore a 60kh/h.
Ci fermiamo un momento a Karuma a vedere le scimmie che passeggiano lungo la strada o stanno sedute a mangiare banane sul bordo... e poi al successivo villaggio in cui si mangiano gli spiedini di bue, capra o fegato e le banane arrostite (con tutta la buccia!) che sono veramente una squisitezza!

A Kampala mi aspetta un'altra auto che mi porterà a Jinja, alle sorgenti del Nilo, dove mi aspetta una scuola alberghiera che ha problemi sui suoi PC e che mi sono impegnato a risolvere, in cambio di una visita alle sorgenti del Nilo e del trasporto, sabato sera, all'aeroporto di Entebbe per il rientro.
Tutto nella norma: la scuola ha una decina di PC con diverse edizioni di Windows e di Linux e diverse edizioni di “office automation”, sia di Microsoft, che di OpenOffice. Va cambiato tutto e messo tutto sotto lo stesso sistema operativo e con lo stesso software applicativo. Ovviamente Linux e OpenOffice!

Sabato mattina si va sul Lago Vittoria, dove c'è, sott'acqua, la principale sorgente del più lungo fiume del mondo: si vede un rigurgito di acqua e la corrente che attira dentro... quanto meno emozionante! Di qui è nata la nostra civiltà europea... di qui sono nate le culture egizia, greca e poi romana...
Ma al ristorante sul lago, con i missionari che mi hanno accompagnato, di tutto questo non si parla! Il pesce del lago, impanato, con il riso e il “curry” ci fanno dimenticare queste amenità culturali...
Dopo la visita al Museo Egizio del Cairo, a luglio, ora mi sento appagato! Erano sogni di gioventù, quelli di conoscere, di vedere, di incontrare gli amici egizi e nilotici, progenitori della nostra cultura e civiltà!
Ora, come dice Simeone nel suo Cantico nel vangelo di Luca (Lc 2, 29-32), potrei anche andarmene soddisfatto!

Rientro avventuroso... L'autista mi porta all'aeroporto di Entebbe alle 21 ed ho oltre sette ore da aspettare il volo... Poi al Cairo ne avrò un altro paio, ma che faranno pari con le due ore di cambio di fuso orario, ed arriverò a Roma verso le 13 della domenica. Ancora qualche ora di attesa per i treni fino a Sinalunga e poi qualche chilometro per arrivare a casa...
Beh... grazie all'aiuto dell'amico Roberto riesco ad arrivare a casa in meno di ventiquattro ore... proprio come andare in bus da Kampala a Nairobi!

Ciao Uganda! Ci vediamo ad ottobre del prossimo anno!



martedì 6 novembre 2012

In giro per l'Uganda



Fine settimana con festa nazionale a creare un “ponte”... da quando sono arri­vato è già la terza! Mi sembra di correrci dietro... Il fatto è che a Gulu non han­no festeggiato il 9 ottobre il cinquantesimo anniversario dell'indipendenza e lo hanno festeggiato due settimane fa, la settimana scorsa invece c'è stata una festa musulmana: siccome i musulmani sono non più del 15% della popolazio­ne si può capire bene come funzionino le cose...
Il fatto è che qui le feste sono “autoregolamentate” dalla mancanza di contratti di lavoro, di assistenza sanitaria e quant'altro ci possiamo permettere in Euro­pa! Quando c'è una festa nazionale significa che i dipendenti statali fanno festa e gli altri lavorano, tutti, altrimenti perdono la giornata!

Approfittando che dobbiamo almeno chiudere la scuola, vado a visitare una mis­sione comboniana verso Kampala, a Kasaala, a pochi chilometri da una cittadi­na abbastanza grande, Luweero, famosa per la sua frutta: ananas, banane pic­cole, banane grandi, papaya... frutta bellissima, saporitissima e che costa vera­mente poco. Poi ci sono anche pomodori, cavoli, fagioli di vari tipi, fagiolini e così via. Un ragazzo originario del Rwanda, ma che è nato e vive in Italia mi chiede stupito come si possa dire che qui si muore di fame. Proprio quello che rispondo sempre ed in­variabilmente agli amici italiani: in Africa non si muore di fame, salvo carestie particolari o esodi di massa causati dalle guerre che riusciamo ad esportare meglio della democrazia... al massimo si muore di malnutrizione, di malattie endemiche, di Aids, ma di fame proprio è difficile, almeno nella fascia tropi­co-equatoriale.

La missione è una delle più vecchie che abbia visto. I padri e un “fratello” sono veramente ospitali. Arrivo all'ora della prima colazione dopo essere partito con un'auto dell'ospedale che andava a Kampala alle 5 del mattino. Grazie del pas­saggio! Mi viene offerta una ricca colazione e poi subito a fare un bel giro per la missione ed alcune delle sue realizzazioni: diverse chiese, nei vari villaggi, ed a fianco di ogni chiesa almeno una scuola primaria; negli altri villaggi c'è magari anche una scuola secondaria o, come a Kasaala, una “scuola tecnica”, che corrisponde ad una scuola professionale, dove si insegnano la falegnameria e la meccanica.
Qui mi viene chiesto di creare una “classe di informatica” e di preparare gli in­segnanti che poi dovranno formare i ragazzi della scuola professionale e magari anche ragazzi dei villaggi vicini.
Preparo subito il progetto e la comunità lo approva seduta stante. A novembre del prossimo anno, Dio volendo e gli amici aiutando, si farà il tutto: impianto di alimentazione a pannelli solari, otto notebook per gli studenti, uno per il do­cente e un proiettore... Speriamo che gli amici che leggono le mie note si ricor­dino di questi progetti e diano una mano!

Vado in giro la domenica mattina, a Gulu, intorno alla struttura in cui sto lavo­rando, e nei vari gruppi di abitazioni vedo mamme che lavano i panni, papà che giocano con i bambini, bambini che giocano tra loro... quanta bella gente rilassata, dedita all'orto e alla famiglia!
La mancanza di automobili private contribuisce a far stare tutti insieme, in casa o andando alla messa (che è sempre uno spettacolo particolare!), o andando alle funzioni religiose protestanti, o semplicemente andando a piedi al mercato e “in città”. Qualche volta si va tutti insieme sul “boda boda”, la moto-taxi che porta anche quattro passeggeri, se ci sono i bambini! No, il casco ce l'hanno solo in pochi e solo i conducenti delle moto!

Mi dice una suora dell'ospedale “Lachor”, il più grande della regione, dei padri Comboniani, che questa è la stagione delle gambe rotte e delle braccia rovinate dallo sfregamento provocato dalle cadute dalle moto: le strade scivolose per l'acqua, il fango della stagione delle piogge e le buche ne sono la causa principale. A maggio e giugno invece sono i ragazzini che impegnano gli ospedali, cadendo dai manghi su cui si arrampicano per raccogliere quei meravigliosi e succulen­tissimi frutti che ridanno le forze e la vitalità dopo una stagione secca quasi priva di frutta e verdura.

Ho finito di leggere un libro di Zygmunt Bauman (“La solitudine del cittadino globale”, UE Feltrinelli, 2010) e mi rendo conto perfettamente, soprattutto da questo angolo della terra, di quanto ci stiano costando in termini sociali, i mo­delli di vita impostici dal capitalismo finanziario, figlio diretto della globalizza­zione delle comunicazioni, ma anche dal consumismo sfrenato e dalla mancan­za totale di ogni limite dei nostri pseudo-bisogni-primari. La civiltà del ben-ave­re ha sostituito quella del ben-essere e il raggiungimento della libertà totale ci ha costretti a chiuderci in case recintate, ad essere perennemente osservati dalle telecamere a circuito chiuso, ad essere chiusi in auto chiuse dall'interno per la paura... la paura della libertà degli altri!
Sì, perché ci siamo scordati che la nostra libertà finisce dove comincia quella del nostro vicino, chiunque esso sia.


mercoledì 24 ottobre 2012

Mahtere, Kariobangi, Korogocho: un crescendo di miseria!


Avevo letto qualche libro di Alex Zanotelli, e "Il Vangelo della discarica" di Da­niele Moschetti, i due padri comboniani che da quasi venti anni, in successione, hanno portato la loro fede e il loro aiuto in queste aree suburbane che ricorda­no la "Città della Gioia" di Dominique La Pierre e di Madre Teresa.
Avevo letto ed avevo pensato che mi sarebbe stato difficile resistere in posti di questo genere: inutile dire, alla fine anche io sono come tutti noi occidentali, abituati ad un minimo di pulizia vitale, di ordine, di "urbanizzazione"; anche se sicuramente molti di noi ricordano le periferie di Roma e Milano e tante altre città alla fine degli anni '50 e negli anni '60: le baracche sotto i ponti della via Cristoforo Colombo a Roma sono rimaste fino ai primi anni '70!

Vado alla chiesa di St. John con il "matato", il bus pubblico, dopo aver attraver­sato il mercato del centro di Nairobi, seguendo con un certo timore un ragazzo che si era offerto di portarmi alla stazione del bus stesso. Attraversiamo una parte ancora in sviluppo della città, passiamo a fianco di Mahtere, la baracco­poli più piccola: una vallata coperta da tetti di lamiera sotto cui ci sono le "case" dei poveri. Pagano l'affitto ai latifondisti che hanno comprato tutti i ter­reni intorno alla città: da cinque a dieci euro al mese per 4/6 metri quadrati di baracca senza niente altro che le pareti; il passaggio tra le baracche consente il passaggio dei carretti che servono a portare i "rifiuti recuperati" da una parte all'altra del quartiere, ma questo è anche il passaggio degli scarichi a cielo aperto... non esistono acqua e corrente elettrica... uomini e donne e bambini e ragazzi vanno avanti e indietro commerciando qualcosa per portare a casa il pranzo o la cena.

Ancora un paio di chilometri e l'autista, che mi sta facendo da guida, mi indica la strada dalla fermata alla chiesa di Kariobangi, altro "slum".

Mi fermo dai Comboniani per visitare la loro scuola, conosco suor Orietta, che sta insegnando alle sue ragazze a fare le lasagne: domani è la festa di san Da­niele Comboni! E incontro Dalia, una ragazza sarda, volontaria, anche lei socia di "Informatici Senza Frontiere", in partenza per il Cile, che mi chiede di tenere alcuni contatti che lei non ha potuto terminare...
Erik, uno studente che collabora con i Comboniani, mi accompagnerà per tutta la mattina in giro per Kariobangi e Korogocho, facendomi vedere quanto hanno fatto i padri Alex e Daniele: la chiesa, che fa anche da teatro, la casa di recu­pero dei ragazzi di strada, il laboratorio artigianale, le due strade asfaltate...

Appena entriamo nel "villaggio" (ci sono almeno un milione di persone tra i due "slum" vicini) si sente l'odore della miseria, prima nauseabondo, poi sempre più forte, acre, un insieme di tutti gli odori insopportabili per i nostri delicati nasi, abituati ai "deodoranti" delle metropolitane... e si cammina facendo at­tenzione a non mettere le scarpe nel fango putrido o nei rifiuti dei rifiuti... le capanne sono ora attaccatissime ora distanti per lasciare il passo a qualche raro camion.
La gente vive cercando tra i rifiuti e vendendo ciò che trova, oppure due pomo­dori, tre banane, i biscotti sciolti o le fette di ananas o le pannocchie di mais cotte sulla brace, avvolti nella plastica. Alcuni recuperano i sacchi di rifiuti dal fiume e separano la plastica dall'"umido" ormai putrefatto dal caldo e dal tem­po, la plastica viene portata da una parte e il resto viene riutilizzato o mandato definitivamente sul monte dei rifiuti, uno dei tanti della città che conta in totale almeno dodici milioni di abitanti, ma quattro sono quelli che vivono negli "slum".
Compare qualche casa di quattro o cinque piani: affittare qui, sopra la discari­ca, un appartamento costa cinquanta volte una baracca di alluminio...
Erik mi porta a visitare un "centro sociale": una scuola per parrucchiere, un la­boratorio di falegnameria che fabbrica strumenti musicali (jambo, violini africa­ni ad una sola corda ed altri), una scuola-laboratorio di confezioni e di artigia­nato tessile.

Dopo tre ore fra le baracche si torna dai comboniani, alla chiesa di St. John e un padre mi offre qualcosa da mangiare. Sono stanco ed affamato, ma anche emozionato: ho visto qualcosa di veramente impensabile nel 2012, con tutto il benessere che abbiamo e con tutti gli sprechi che "noi civili" in Europa e negli USA e nei paesi "economicamente sviluppati" facciamo.
La povertà dei popoli sudanesi, centrafricani, subsahariani, è una cosa nobile, piena di tradizione e di umanità: qui è la miseria totale di gente che ha perso tutto, o meglio, a cui abbiamo tolto, sottratto, rubato tutto, anche la dignità.




mercoledì 17 ottobre 2012

Un viaggio da non dimenticare


Arrivato a Kampala il venerdì mattina all'alba, dopo un giorno di riposo e uno in giro per acquisti, cambio moneta e altre piccole cose, parto per Nairobi: il bus della nota compagnia "Kampala Coach" è programmato con partenza alle 20 ed arrivo a Nairobi verso le 10 del mattino dopo.
Ma si comincia con il piede sbagliato...
Il bus arriva alle 20.15, il tempo di salire a bordo, caricare i bagagli di tutti e alle 21 partiamo per... andare a fare carburante, anda­re da un'altra parte a portare a casa un'impiegata, a misurare la pressione del­le gomme... insomma, alle 22 siamo sulla strada per Nairobi!
Passa mezz'ora, circa 30 km. e il bus si ferma in mezzo alla campagna con la scatola del cambio che perde olio ed il cambio che non ingrana più le marce.
Si scende dal bus, si ammirano le stelle, si chiacchiera con i compagni di viag­gio, si fanno anche conoscenze interessanti... io sostengo che si diventa quasi parenti...
Arriva l'auto del proprietario della compagnia, che si ferma a duecento metri di distanza in modo che quando qualche passeggero inferocito si avvicina fa in tempo a dile­guarsi.
Verso l'una arriva un'auto della polizia, chiede informazioni, ci consola per una mezz'ora e poi, ovviamente, si dilegua anch'essa.
Alle tre finalmente si parte, per arrivare, dopo un paio d'ore, alla frontiera con il Kenya: controllo passaporti, visti da fare, ma per fortuna almeno non si per­de tempo per il controllo bagagli... Sorge il sole e ci consoliamo guardando il bel panorama di uno dei parchi nazionali: zebre e antilopi anche vicini alla stra­da, campi coltivati all'inverosimile a mais. Peccato che questa sia la produzione per le multinazionali cinesi o americane di mais da olio per usi industriali (vedi biocarburanti)...
Nuovo stop: il tappo provvisorio che impediva l'uscita dell'olio dal cambio si è staccato! Nessun problema: l'autista va sotto il bus e in mezz'ora ripara il tut­to. Basta non avere fretta...
Quando siamo a 30 km. da Nairobi la strada, nell'unico pezzo di montagna, è bloccata per un incidente. Niente feriti, ma la mancanza assoluta di regole e la prepotenza di qualcuno fanno perdere almeno un'ora per sbrogliare il groviglio di veicoli che si è formato...
Finalmente, sono le 18 di domenica, sono passate 21 ore dalla partenza, arri­viamo a Nairobi.
Chiedo un taxi per andare a mangiare qualcosa, farmi una doccia e dormire: arriva immediata­mente, fa inversione di marcia e ... finisce in un tombino! Da non credere...
Per fortuna la gente è prontissima ad aiutare il tassista ed a spostare la vettura a mano per farci ripartire!

Arrivo dalle suore della Consolata, in una bellissima casa sulla collina, appena in tempo per una frugale velocissima cena e per una doccia rilassante.
Domani vado negli "slum" (le baraccopoli ai bordi delle discariche) con i com­boniani...