Progetto INFORMAFRICA


Ridurre il "digital divide" portando la nostra CONOSCENZA
in modo ETICO e RESPONSABILE, ma non i nostri "modelli di vita"

mercoledì 24 ottobre 2012

Mahtere, Kariobangi, Korogocho: un crescendo di miseria!


Avevo letto qualche libro di Alex Zanotelli, e "Il Vangelo della discarica" di Da­niele Moschetti, i due padri comboniani che da quasi venti anni, in successione, hanno portato la loro fede e il loro aiuto in queste aree suburbane che ricorda­no la "Città della Gioia" di Dominique La Pierre e di Madre Teresa.
Avevo letto ed avevo pensato che mi sarebbe stato difficile resistere in posti di questo genere: inutile dire, alla fine anche io sono come tutti noi occidentali, abituati ad un minimo di pulizia vitale, di ordine, di "urbanizzazione"; anche se sicuramente molti di noi ricordano le periferie di Roma e Milano e tante altre città alla fine degli anni '50 e negli anni '60: le baracche sotto i ponti della via Cristoforo Colombo a Roma sono rimaste fino ai primi anni '70!

Vado alla chiesa di St. John con il "matato", il bus pubblico, dopo aver attraver­sato il mercato del centro di Nairobi, seguendo con un certo timore un ragazzo che si era offerto di portarmi alla stazione del bus stesso. Attraversiamo una parte ancora in sviluppo della città, passiamo a fianco di Mahtere, la baracco­poli più piccola: una vallata coperta da tetti di lamiera sotto cui ci sono le "case" dei poveri. Pagano l'affitto ai latifondisti che hanno comprato tutti i ter­reni intorno alla città: da cinque a dieci euro al mese per 4/6 metri quadrati di baracca senza niente altro che le pareti; il passaggio tra le baracche consente il passaggio dei carretti che servono a portare i "rifiuti recuperati" da una parte all'altra del quartiere, ma questo è anche il passaggio degli scarichi a cielo aperto... non esistono acqua e corrente elettrica... uomini e donne e bambini e ragazzi vanno avanti e indietro commerciando qualcosa per portare a casa il pranzo o la cena.

Ancora un paio di chilometri e l'autista, che mi sta facendo da guida, mi indica la strada dalla fermata alla chiesa di Kariobangi, altro "slum".

Mi fermo dai Comboniani per visitare la loro scuola, conosco suor Orietta, che sta insegnando alle sue ragazze a fare le lasagne: domani è la festa di san Da­niele Comboni! E incontro Dalia, una ragazza sarda, volontaria, anche lei socia di "Informatici Senza Frontiere", in partenza per il Cile, che mi chiede di tenere alcuni contatti che lei non ha potuto terminare...
Erik, uno studente che collabora con i Comboniani, mi accompagnerà per tutta la mattina in giro per Kariobangi e Korogocho, facendomi vedere quanto hanno fatto i padri Alex e Daniele: la chiesa, che fa anche da teatro, la casa di recu­pero dei ragazzi di strada, il laboratorio artigianale, le due strade asfaltate...

Appena entriamo nel "villaggio" (ci sono almeno un milione di persone tra i due "slum" vicini) si sente l'odore della miseria, prima nauseabondo, poi sempre più forte, acre, un insieme di tutti gli odori insopportabili per i nostri delicati nasi, abituati ai "deodoranti" delle metropolitane... e si cammina facendo at­tenzione a non mettere le scarpe nel fango putrido o nei rifiuti dei rifiuti... le capanne sono ora attaccatissime ora distanti per lasciare il passo a qualche raro camion.
La gente vive cercando tra i rifiuti e vendendo ciò che trova, oppure due pomo­dori, tre banane, i biscotti sciolti o le fette di ananas o le pannocchie di mais cotte sulla brace, avvolti nella plastica. Alcuni recuperano i sacchi di rifiuti dal fiume e separano la plastica dall'"umido" ormai putrefatto dal caldo e dal tem­po, la plastica viene portata da una parte e il resto viene riutilizzato o mandato definitivamente sul monte dei rifiuti, uno dei tanti della città che conta in totale almeno dodici milioni di abitanti, ma quattro sono quelli che vivono negli "slum".
Compare qualche casa di quattro o cinque piani: affittare qui, sopra la discari­ca, un appartamento costa cinquanta volte una baracca di alluminio...
Erik mi porta a visitare un "centro sociale": una scuola per parrucchiere, un la­boratorio di falegnameria che fabbrica strumenti musicali (jambo, violini africa­ni ad una sola corda ed altri), una scuola-laboratorio di confezioni e di artigia­nato tessile.

Dopo tre ore fra le baracche si torna dai comboniani, alla chiesa di St. John e un padre mi offre qualcosa da mangiare. Sono stanco ed affamato, ma anche emozionato: ho visto qualcosa di veramente impensabile nel 2012, con tutto il benessere che abbiamo e con tutti gli sprechi che "noi civili" in Europa e negli USA e nei paesi "economicamente sviluppati" facciamo.
La povertà dei popoli sudanesi, centrafricani, subsahariani, è una cosa nobile, piena di tradizione e di umanità: qui è la miseria totale di gente che ha perso tutto, o meglio, a cui abbiamo tolto, sottratto, rubato tutto, anche la dignità.




mercoledì 17 ottobre 2012

Un viaggio da non dimenticare


Arrivato a Kampala il venerdì mattina all'alba, dopo un giorno di riposo e uno in giro per acquisti, cambio moneta e altre piccole cose, parto per Nairobi: il bus della nota compagnia "Kampala Coach" è programmato con partenza alle 20 ed arrivo a Nairobi verso le 10 del mattino dopo.
Ma si comincia con il piede sbagliato...
Il bus arriva alle 20.15, il tempo di salire a bordo, caricare i bagagli di tutti e alle 21 partiamo per... andare a fare carburante, anda­re da un'altra parte a portare a casa un'impiegata, a misurare la pressione del­le gomme... insomma, alle 22 siamo sulla strada per Nairobi!
Passa mezz'ora, circa 30 km. e il bus si ferma in mezzo alla campagna con la scatola del cambio che perde olio ed il cambio che non ingrana più le marce.
Si scende dal bus, si ammirano le stelle, si chiacchiera con i compagni di viag­gio, si fanno anche conoscenze interessanti... io sostengo che si diventa quasi parenti...
Arriva l'auto del proprietario della compagnia, che si ferma a duecento metri di distanza in modo che quando qualche passeggero inferocito si avvicina fa in tempo a dile­guarsi.
Verso l'una arriva un'auto della polizia, chiede informazioni, ci consola per una mezz'ora e poi, ovviamente, si dilegua anch'essa.
Alle tre finalmente si parte, per arrivare, dopo un paio d'ore, alla frontiera con il Kenya: controllo passaporti, visti da fare, ma per fortuna almeno non si per­de tempo per il controllo bagagli... Sorge il sole e ci consoliamo guardando il bel panorama di uno dei parchi nazionali: zebre e antilopi anche vicini alla stra­da, campi coltivati all'inverosimile a mais. Peccato che questa sia la produzione per le multinazionali cinesi o americane di mais da olio per usi industriali (vedi biocarburanti)...
Nuovo stop: il tappo provvisorio che impediva l'uscita dell'olio dal cambio si è staccato! Nessun problema: l'autista va sotto il bus e in mezz'ora ripara il tut­to. Basta non avere fretta...
Quando siamo a 30 km. da Nairobi la strada, nell'unico pezzo di montagna, è bloccata per un incidente. Niente feriti, ma la mancanza assoluta di regole e la prepotenza di qualcuno fanno perdere almeno un'ora per sbrogliare il groviglio di veicoli che si è formato...
Finalmente, sono le 18 di domenica, sono passate 21 ore dalla partenza, arri­viamo a Nairobi.
Chiedo un taxi per andare a mangiare qualcosa, farmi una doccia e dormire: arriva immediata­mente, fa inversione di marcia e ... finisce in un tombino! Da non credere...
Per fortuna la gente è prontissima ad aiutare il tassista ed a spostare la vettura a mano per farci ripartire!

Arrivo dalle suore della Consolata, in una bellissima casa sulla collina, appena in tempo per una frugale velocissima cena e per una doccia rilassante.
Domani vado negli "slum" (le baraccopoli ai bordi delle discariche) con i com­boniani...

lunedì 15 ottobre 2012

Africa... cosa avrai di più?


 Dopo soli tre mesi a casa, in Italia, nella splendida Italia che amo vedere e rivedere e rivedere ancora, e partendo dalla Toscana medievale si può ben capire!, eccomi di nuovo in Africa, questa volta con qualche meta in più in cui andare e soltanto un mese e mezzo di tempo per fare tutto...

All'arrivo all'aeroporto di Entebbe (la Malpensa di Kampala, capitale dell'Uganda) l'Africa mi riaccoglie, nonostante siano le 4 del mattino, con il calore della terra e della polvere, la sua brezza calda e con tutti i suoi odori tanto diversi.
Dentro di me sento di essere come a casa, magari la casa in campagna, o al lago, visto che qui c'è il Lago Vittoria, uno dei maggiori del mondo, e la campagna è tutto o quasi. Roberto, da buon toscano, al ritorno mi dirà con moltissime ragioni, che la sua terra chianina è la più bella del mondo e che devo stare lì e non qui, per stare bene!

Sicuramente la terra di Toscana, della Valdichiana, della terra di Siena e di Arezzo, del Palio e di Piero della Francesca, dei Medici e degli Strozzi, nulla ha a che vedere con questa terra arida, bruciata, ma anche verde e rigogliosa...
I vigneti e gli oliveti belli precisi come si vedono da noi, come i meleti del Trentino-Alto Adige, qui non ci sono. I campi con tanti colori diversi, soprattutto al cambio di stagione e di coltura, oro vecchio ancora da dissodare, marrone scuro quelli appena preparati, magari qualcuno già con il primo verde chiaro chiaro, o i vigneti rosso ruggine dopo la vendemmia, quelli qui non ci sono. I "giganti bianchi" della razza chianina qui sono povere mucche affamate alla ricerca di qualcosa da brucare, come le capre e qualche pecora...

Qui al centro commerciale, dove solo i bianchi possono permettersi di entrare con l'idea e la possibilità di comprarsi uno shampoo dell'Oreal o la crema Nivea, sono ancora e sempre i ragazzi neri che chiedono di riportare il carrello in cambio di una misera mancia, visto che nei carrelli non si deve mettere la monetina...
Qui il bianco lo chiamano "musungu" (senza offesa!): il "diverso" qui è lui! E' lui che con grandi macchine pulitissime (dai ragazzi neri) va in giro con una certa arroganza, potendosi permettere qualsiasi cosa, ma soprattutto di vivere "alla grande" con poca spesa, sfruttando i bassi costi della vita africana con i lauti guadagni del mondo occidentale.

Tutto vero, il nostro benessere, come ormai lo chiamano solo i benestanti e gli economisti, che stanno ancora meglio dei benestanti!, è sicuramente una meta raggiunta, "abbiamo" tutto o quasi, e chi non ha ancora tutto si fa in quattro per arrivarci prima degli altri... ma come viviamo? Quando ci fermiamo per la strada a chiacchierare con un ragazzo nero, o una ragazza cinese a chiedere da dove viene, come mai si trova da noi, cosa fa?
Abbiamo paura degli altri uomini, temiamo che ci rubino il portafoglio o il posto di lavoro, o la religione o la donna...
Vado in giro per città grandi due, tre, quattro volte Roma, tanti mi salutano, tanti mi chiamano "musungu" con un sorriso, i bambini chiedono "how are you?" sperando che mi giri a guardarli rispondendo "I'm ok!" o "I'm fine!" per farsi una bella risata...
Stamattina alla Messa a Gulu, una bimba in braccio alla mamma mi ha visto, mi ha indicato alla mamma, poi mi ha fatto un sorriso e un ciao con la manina: mi ha fatto sentire "diverso", e non solo nel colore della pelle!
Come il saluto caloroso, all'arrivo al Centro dei "Comboni Samaritans", delle donne handicappate che si ricordavano di avermi visto a maggio e mi hanno ringraziato di essere tornato...

Forse è qui la differenza. Anche noi sappiamo essere bravi e generosi, in mille occasioni, ma non riusciamo che raramente a sorridere all'altro, abbiamo paura... qui si sente la differenza che fa l'uomo, diciamo pure "all'antica", con la sua semplicità d'animo, con la sua povertà materiale e la sua ricchezza interiore!




martedì 7 agosto 2012

Uscita la pubblicazione delle "note di viaggio"


Ciao a tutti!

Sono finalmente riuscito a pubblicare il libretto con le "note di viaggio".


Il libretto raccoglie tutti i raccontini da febbraio a luglio, oltre ad un bel numero di fotografie e tre articoli pubblicati da "vociglobali.it".

Questa pubblicazione, stampata in proprio, non ha un prezzo, ma chiedo una offerta che vada a coprire le spese di stampa e di spedizione, e magari un piccolo contributo per i progetti delle "scuole di Informatica" nei Paesi in Via di Sviluppo. Mi permetto di chiedere un'offerta minima di 10 euro...

Chi vuole può anche richiedere (e glielo invierò unitamente al libretto) il CD
con le foto migliori scattate in Sud Sudan, Uganda e al Cairo (maggiorazione
di 5 euro per il CD).

Mi dispiace dover chiedere un contributo, ma è un aiuto necessario come
l'appoggio morale che mi avete sempre dato tutti!

Ringrazio tutti per la continua ed attiva presenza! Un abbraccio a tutti.

Paolo



giovedì 19 luglio 2012

Juba, Cairo, Roma...



Gli ultimi giorni in Sud Sudan, trascorsi a Juba, mi sono serviti da "ammortiz­zatore" tra la pace e la serenità di Kajo Keji ed il caos, i rumori, la fretta dei paesi occidentali e "sviluppati". A Juba il traffico è caotico e veloce: tutti hanno fretta, tutti sorpassano, tutti cercano di superare gli altri nelle code in auto, ma anche nelle code agli sportelli degli uffici.
Ma a Juba mancano molte cose: monumenti, chiese artistiche, una qualsiasi forma di arte. In compenso cominciano a nascere le librerie e qualche raro ne­gozio di artigianato locale, e questo è un seme, un altro seme per il futuro.

Riparto da Juba con una sosta di due giorni al Cairo: da quando ho visto la "stele di Rosetta" al British Museum di Londra ed ho studiato la storia dei gran­di archeologi, come Schliemann, scopritore di Troia e di gran parte della Gre­cia, e Champollion, lo scopritore dell'antico Egitto, sogno di visitare il Mu­seo Egizio del Cairo: finalmente ci riesco!

Il Cairo appare subito una città completamente occidentale, almeno per quanto concerne traffico, gente in giro, negozi, bancarelle, luci e rumori, ma anche per la presenza di edifici vecchi e nuovi e nuovissimi. La differenza la fa la gente: i commercianti che avvicinano gli stranieri e dopo averti chiesto la nazionalità, dicono qualche parola nella tua lingua e ti dicono che hanno visitato il tuo pae­se, e lì hanno almeno un cugino o un fratello o una zia... tanto per farti andare al loro negozio (ufficialmente per darti il biglietto da visita e farti vedere le foto dei famigliari all'estero) e rifilarti qualcosa, dal profumo al papiro, dal vestito all'oggetto-ricordo.

Il primo giorno lo spendo completamente al Museo: inenarrabile... non si può spiegare cosa si può provare vedendo quanto avanzati erano e quante cose stupende ci sono: dai gioielli in oro, argento, filigrana, ai papiri che contengono scritti e disegni con colori stupendi e modernissimi, di quasi cinquemila anni fa!
Una delle cose che mi colpisce di più è l'interno dei sarcofagi, tutto completa­mente dipinto e scritto, con i racconti della vita del morto. Per non parlare della maschera di Tutankhamon e dei suoi gioielli...
Mi avevano detto che in due ore il Museo si visita: dopo quattro ore, penso che dovrei tornarci per rivederlo meglio!

Una parola sulla nazione Egitto. Pochissimi giorni prima del mio passaggio, ve­nerdì 29 giugno, il paese era ancora in bilico, politicamente ed istituzionalmen­te: la Corte di Cassazione aveva sciolto il Parlamento, eletto con norme non co­stituzionali, dopo la "primavera", i militari pensavano di riuscire a tornare al potere ed il popolo era di nuovo sceso in piazza minacciando di riprendere a combattere. Domenica 1 luglio viene dichiarato Presidente Morsi, capo dei "Fratelli Musulmani", una volta estremisti islamici, ora moderati: questa elezio­ne è una liberazione definitiva dal potere dei militari. Morsi annuncia subito il desiderio di una rappacificazione politica ed anche religiosa, soprattutto verso cristiani e copti. Questo fa sì che anche chi ha votato per Safiq, l'ex-delfino di Moubarak, non possa non essere d'accordo, e quindi la situazione si stabilizza. Per quanto riguarda il Parlamento ci sono ancora attriti istituzionali, ma si risolveranno con nuove elezioni. Diamo tempo al tempo!

La gente in giro per Il Cairo è tantissima, soprattutto nelle ore serali, quando cala un po' la temperatura e l'aria è più vivibile: famiglie intere in giro per fare shopping, giovani seduti nei bar davanti a succhi di frutta e "coca-cola", perché qui gli alcoolici sono vietati. Si vede nella gente la gioia di una serenità ritrova­ta. E le persone con cui parlo, di diverso orientamento politico, sono tutte con­cordi: "ora la difficile e pesante dittatura di Moubarak è finita! Dobbiamo pen­sare al futu­ro".
Venerdì è il giorno in cui, dopo le cerimonie religiose dei musulmani, in tutti i paesi arabi c'è il rischio di qualche manifestazione, politica o religiosa, pro o contro gli avversari. Questo venerdì invece comincia tardi, dopo le 10, e la città si anima gradualmente. Solo nel pomeriggio, dopo essere andato a visitare una bella moschea del centro ed aver pregato per la pace tra i popoli e le religioni, vado a piazza Tahrir (piazza del­la Liberazione): qui sono radunati gruppetti di persone che tengono qualche piccolo comizio, ma niente di anormale.

Ed è bellissimo vedere la piazza piena di ban­carelle che vendono la bandiera egiziana (come succede da noi quando c'è qualche partita di calcio...) e le t-shirt con l'immagine di Morsi o di Safiq (da noi siamo rimasti al "Che", che è sempre meglio di Silvio o di Bersani o di Casini!): credo che questo sia da con­siderarsi il "termometro" della raggiunta libertà e della nuova maturità politica.



martedì 3 luglio 2012

Arrivederci, addio, parole, promesse, progetti...





Sono all'epilogo di questa ennesima esperienza africana e sud-sudanese in particolare.

Ho lasciato Kajo Keji, ho imbastito programmi futuribili, ho salutato tutti come se dovessi tornare tra dieci giorni... forse l'ho fatto per non avere rimpianti, non per illudere le persone ma per illudermi, per avere l'impegno di realizzare progetti che sono ancora in corso di studio, di sviluppo e di discussione. 
Ma dopo cinque mesi ti affezioni al posto, alle persone, simpatiche o antipatiche, che ti stimano o no, che stimi o no: persone sono e alle persone ti affezioni... Ti affezioni ai luoghi, alle piante che vedi crescere e fiorire e vestirsi di foglie e dare i frutti... Ti affezioni alla bicicletta che ti ha aiutato a scappare a casa o a scuola in tempo per non bagnarti durante questa stagione piovosa, o che ti ha aiutato a smaltire le tossine degli impegni di lavoro... Ti affezioni soprattutto ai bimbi che, andando a scuola, fanno a gara a chi ti saluta o a chi ti dà la mano per primo!
Insomma... un po' di cuore a Kajo Keji ce lo lascio... speriamo che si possa sviluppare qualche altro progetto per tornarci e ritrovare soprattutto le persone che si sono lasciate!

Arrivo a Juba dopo un viaggio ottimo, grazie ai gesuiti che mi hanno dato un passaggio su un loro "Land Cruiser" che viaggiava vuoto: nonostante la strada e la mattinata fresca ho dormito per diverso tempo; il "driver" era particolarmente attento ad evitare più buche possibili ed ha fatto questo piccolo miracolo! Mi ha svegliato un paio di volte per farmi vedere le scimmiette in circolazione vicino alla strada, ma di questo gli sono stato grato!

Ero stato nella capitale un paio di mesi fa. Sta cambiando molto velocemente. Si stanno distruggendo le baracche e costruendo palazzi, si stanno asfaltando le strade e l'aeroporto è in via di sistemazione definitiva... chissà quando ci saranno anche l'acqua, l'energia elettrica, le scuole, le medicine per gli ospedali, gli ospedali funzionanti... ma non solo nella capitale... anche nelle altre città!
La guerra sembra, fortunatamente, sempre più una minaccia latente di tipo politico o scaramantico... speriamo!
Il prossimo lunedì, il 9 luglio si festeggia il primo anniversario dell'indipendenza dal Sudan. Sarà anche per questo che ci si dà da fare soprattutto sulle "apparenze"! Ma anche le strade sono benvenute!

Ho un progetto, insieme ad un gruppetto di altre persone di varie nazionalità: aprire un negozio a Juba per vendere i prodotti dell'artigianato dei villaggi. In pratica fare da "collettore" di prodotti di buona qualità da vendere per conto di tutti quei gruppi femminili e non che producono qualcosa di bello e valido per il mercato locale e per quello estero, tramite i gruppi di acquisto del commercio equo-solidale.
Pare che la cosa interessi molto le organizzazioni, religiose e non, che operano sul territorio ed hanno attivato laboratori di questo tipo: producono ma non hanno la possibilità di vendere se non mandando all'estero quel poco attraverso i missionari, e ricavando veramente cifre misere.
Con questo progetto si potrebbe incrementare il grande mercato locale e degli stranieri, soprattutto delle NGO e dell'ONU, che sono qui di stanza, e proporre poi all'estero accordi commerciali di vendita.
Le premesse e la buona volontà ci sono... ora speriamo di combinare qualcosa di buono!

Le ultime notizie sul fronte politico sembrano positive: le dimostrazioni di piazza avvenute nelle due ultime settimane a Khartoum, al di là delle feroce repressione della polizia, deve aver indotto Omar-el-Bashir a cercare di non forzare la mano sul fronte estero. Speriamo che la prossima settimana sia quella della definizione dei confini e della zona di interdizione tra i due paesi!

Ieri sera un episodio che mi ha fatto riflettere (e un po' anche inorgoglire... ma poco!). Dopo la messa ci salutiamo con quattro ragazzi di una associazione italiana ("La nostra Famiglia", del comasco) e ci presentiamo per nome. Uno di loro mi chiede anche il cognome... Paolo, Paolo Merlo... "allora sei tu che hai il blog con le note di viaggio!"... Sono rimasto a dir poco allibito... "ma tu come fai a conoscerlo?"... "qualcuno me ne ha parlato, in Italia..."... Il mondo è piccolo, ma internet e la comunicazione hanno un potere sempre maggiore!

Viene la sera, l'ultima: mi rendo conto che... ho già voglia di tornare... non mi sento "pastore", portato alla transumanza, ma "contadino"... con il desiderio di seminare e vedere i frutti, ma sappiamo che i frutti non li ha visti nemmeno Mosè, morto in vista della Terra Promessa!

Seminiamo, gente, seminiamo! Il seme è la speranza del nuovo futuro, quello migliore, quello dei sogni che si avvereranno e diventeranno frutto, anche se non potremmo gustarne il sapore!


mercoledì 20 giugno 2012

Volontari "fai da te"




Non sono abituato a "sparare a zero" su nessuno, salvo se qualcuno mi legittima a farlo sperperando il denaro pubblico o distruggendo il "bene comune" o massacrando l'italica "sana e robusta Costituzione", o magari generalizzando dove proprio non si può e non si deve, per onestà morale.

Questa volta però, senza sparare, devo raccontare due episodi carini, perché ciò può servire a tutti coloro che sono "portati ad aiutare gli altri", che si sentono in dovere di farlo, ma che non conoscono le regole del gioco, necessarie anche in questa attività, soprattutto quando non si tratta di andare semplicemente in una casa di riposo ad assistere un anziano...
Ricordo che quando ho iniziato a fare volontariato in carcere mi dissero subito che dovevo "prepararmi bene" a conoscere questo ambiente prima di fare disastri! Vale ancor più per l'Africa, che è un mondo completamente diverso dal nostro.

Un paio di settimane fa ha annunciato il suo arrivo una signora americana che aveva incontrato padre Victor anni prima. Chiedeva di poter essere prelevata al confine con l'Uganda, che dista da noi una decina di chilometri, dove l'avrebbero portata le suore che l'avevano ospitata per qualche giorno.
Andiamo a prenderla e la portiamo in Comunità, dove le viene data una camera e viene invitata a mangiare con noi i pasti quotidiani. Con il passare dei giorni la signora "invade" la Comunità e parte del villaggio, parla con tutti, si fa conoscere... Su alcuni punti però non ci troviamo proprio d'accordo... è favorevole alla pena di morte, e quando ne abbiamo parlato è scoppiata in una risata fragorosa che ha fatto alzare da tavola me ed il parroco... poi ha sconcertato tutti generalizzando sul fatto che in Vaticano ci siano solo persone disoneste... Conosce tutti e chiede di tutti e si arrabbia con un vescovo che non le ha parlato di una comunità di suore... lei dice che sta cercando fondi per aiutare le suore e le comunità religiose che hanno bisogno di aiuti... ma alla fine dice che lei non ha soldi, viaggia a sbafo delle comunità religiose e si fa portare in giro da chiunque senza programmi o mete precise...
Quando, dopo una settimana di vita comunitaria, se ne va a Juba, senza lasciare nemmeno un'offerta in cambio di vitto e alloggio, chiede un passaggio a fratel Erich sul camion che porta gli operai e i banchi di una scuola, senza pensare che gli operai sono costretti dalla sua presenza a viaggiare in cima al carico, nel cassone, e lei si lamenta delle buche della strada in cabina...
Dopo due giorni si scopre che doveva andare altrove, ma non aveva voluto accettare il passaggio giusto, da sola, con un un autista locale... La filantropa!

Due giorni fa sono arrivati due ragazzi austriaci, giovanissimi, lui al secondo viaggio in Africa, lei al primo... Di buon mattino vanno in ospedale a presentarsi al direttore che sapeva del loro arrivo, ma vengono cacciati dalla polizia... nessuno dice loro che è presente il ministro della sanità e che gli stranieri non possono accedere per un giorno... tornano sbigottiti e spaventati, tanto che decidono di rientrare immediatamente a Juba e poi vedere il da farsi!
Per fortuna padre Victor ed io riusciamo a convincerli che le cose vanno meditate meglio, che le decisioni emozionali non sono sagge e che è meglio che si riposino ancora un giorno! Poi andranno dal direttore dell'ospedale, che sapeva del loro arrivo e ne era anche contento, a sentire cosa possono fare!
L'ospedale aveva già fatto sapere che "i volontari sono ben accetti se si procurano loro da mangiare, da dormire e se magari possono anche portare gli strumenti e gli attrezzi e le medicine": l'ospedale, come le scuole, come tutti, non ha nulla di nulla. Solo qualche letto per i malati gravi!

Ancora una volta si verifica che, per finanziare l'esercito al confine con il Sudan, tutti rinunciano a tutto: non ci sono più carburanti per le vetture, per le fabbriche, per i generatori di corrente; il petrolio arriva dal Congo e dall'Uganda, perché i pozzi sono fermi; il cibo diminuisce di quantità ed aumenta di prezzo; le scuole e gli ospedali mancano di tutto, anche degli stipendi per chi ci lavora e ci insegna.
Tutto è ufficialmente definito "a disposizione delle forze armate" per essere utile alla "difesa del Sud Sudan".

Qualcuno dice che "non vuole la guerra", ma nel frattempo tutti si attrezzano per l'eventualità... il popolo povero si sta attrezzando mangiando sempre meno! I soldati si stanno attrezzando comportandosi con l'arroganza di chi "difende il suolo patrio"... che non si sa nemmeno esattamente quale sia, vista la mancanza di confini stabiliti a priori dell'indipendenza!